Stefano Bonaccini conosce bene gli Stati Uniti. Nei dieci anni alla guida dell’Emilia-Romagna ha attraversato l’Atlantico più volte, accompagnando imprese, costruendo relazioni istituzionali e promuovendo accordi con Stati come la California e la Pennsylvania. Oggi, da europarlamentare e presidente del Partito Democratico, osserva quel rapporto da una prospettiva diversa: quella di un’Europa che deve fare i conti con un alleato sempre meno prevedibile.
Lo incontriamo a New York, durante le giornate di Vinitaly, mentre il dibattito sui dazi americani continua a preoccupare i produttori italiani. La conversazione parte dal vino, ma si sposta rapidamente sulla politica americana, sul futuro dell’Unione Europea e sulle difficoltà dei progressisti, che tanto in Europa quanto negli Stati Uniti faticano a riconquistare una parte del proprio elettorato tradizionale.
Bonaccini non risparmia critiche al governo Meloni, ma nemmeno alla Commissione europea sostenuta dal suo stesso partito. Parla di Donald Trump, delle prossime elezioni di midterm e della crescente sfiducia delle nuove generazioni. Poi torna su un tema che, soprattutto da questa parte dell’Atlantico, è molto caro: il rapporto dell’Italia con i suoi cittadini all’estero.
Presidente, partiamo dal motivo della sua presenza a New York. Il vino italiano è uno dei simboli più riconoscibili del Made in Italy, ma i dazi americani stanno cambiando gli equilibri commerciali. Quanto è preoccupante la situazione?
«Complessivamente l’export italiano verso gli Stati Uniti è aumentato, nonostante i dazi. Sul vino, però, registriamo un calo del 10% nel 2025 rispetto al 2024. Se consideriamo l’intera Unione Europea, arriviamo addirittura al 20%. È comprensibile: i dazi sul vino erano molto bassi e il loro aumento, sommato a un cambio euro-dollaro favorevole all’euro, crea difficoltà importanti. Un produttore può decidere di assorbire i costi, ma così rischia di compromettere la sostenibilità della propria azienda e i posti di lavoro. Oppure può trasferirli sul consumatore finale, con il rischio di perdere una parte del mercato. Le guerre commerciali non hanno mai portato bene a nessuno. Questi dazi fanno male all’Italia, ma anche agli Stati Uniti.»
L’Italia ha fatto abbastanza per difendere le proprie imprese?
«Secondo me no. E non voglio politicizzare la questione soltanto perché rappresento una parte politica diversa da quella del governo. Penso che non abbia fatto abbastanza nemmeno la Commissione von der Leyen, che pure abbiamo sostenuto al Parlamento europeo. Ricordo però quando Meloni venne alla Casa Bianca. I media italiani, soprattutto la televisione pubblica, ne parlarono come dell’evento del secolo. In realtà lei parlò pochi secondi, poche decine di secondi, mentre parlò quasi sempre Trump. Tornata a casa, i dazi furono portati al 15%. In alcuni settori, come acciaio e alluminio, furono addirittura raddoppiati dal 25 al 50% L’Italia ha avuto un atteggiamento troppo debole, al pari dell’Unione Europea. Si poteva avere un atteggiamento molto più robusto, da schiena dritta. Anche per gli Stati Uniti il mercato europeo è estremamente importante.»
Lei fa parte della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con gli Stati Uniti. Il rapporto transatlantico si è realmente indebolito oppure attraversa semplicemente una fase difficile?
«Sto perdendo alcune certezze che avevo accumulato nel corso della mia vita. Compirò sessant’anni il prossimo primo gennaio e non avrei mai creduto di dover commentare un presidente degli Stati Uniti che, invece di lavorare per rafforzare il Patto Atlantico, sembra lavorare per indebolirlo. Ho detto più volte che personalità come Bush o Reagan si staranno rivoltando nella tomba. Loro lavorarono sempre per rafforzare il rapporto con l’Europa. Ma gli Stati Uniti restano troppo importanti per l’Italia e per l’Europa. Dobbiamo augurarci che si riapra una stagione di collaborazione più proficua. In Brasile e Argentina, dove vivono milioni di persone di origine italiana ed europea, i dazi su prodotti come vino e formaggi arrivavano anche al 30 o al 50%. Eliminarli significa aprire opportunità straordinarie. Ma questo non cambia un fatto: il mercato americano resta insostituibile.»
Le elezioni americane di midterm potrebbero cambiare qualcosa?
«Me lo auguro. Se andassero in un certo modo, come prevediamo, spero che qualcuno possa portare a più miti consigli l’amministrazione americana. Mi pare che lo stiano abbandonando coloro che in buona parte lo hanno fatto vincere: gli operai, una parte dei latinos, la classe media che aveva paura di scivolare nella povertà. Non nascondo preoccupazione per il clima politico americano, soprattutto dopo l’assalto al Campidoglio del 2021. Ricordo di essere rimasto sveglio una notte, attonito. Mi sembrava di guardare un film di Hollywood. Vedere quell’assalto, i feriti, le vittime, nella più grande e longeva democrazia del mondo, mi sembrava impossibile. Spero proprio non riaccada.»
Cosa dovrebbe fare oggi Bruxelles per ricostruire un rapporto più equilibrato con Washington?
«Avere un atteggiamento più robusto. Non significa cercare la rissa, ci mancherebbe, ma provare a raggiungere accordi che correggano quanto è stato fatto. Le potenzialità economiche e commerciali dell’Europa ci sono. Ogni dollaro speso sul suolo americano per prodotti italiani o europei genera un indotto anche qui. Bisognerebbe ricordarselo.»
L’Italia ha spesso cercato di proporsi come ponte tra Washington e Bruxelles. È una strategia che può funzionare oppure oggi l’Europa deve parlare con una voce sola?
«L’Europa rappresenta poco più del 5% della popolazione mondiale. Pensare che ogni singolo Stato nazionale possa competere da solo con colossi come Stati Uniti, Cina o India significa non comprendere il mondo in cui viviamo. Se ogni Paese europeo pensasse di competere da solo, avrebbe un destino segnato: scegliere di chi essere suddito. È l’Unione Europea nel suo insieme che può ancora giocare una partita rilevante.»
Gli Stati Uniti, nonostante le divisioni politiche e le difficoltà economiche, continuano a esercitare una grande capacità di attrazione. Cosa dovrebbe imparare l’Europa dall’America?
«La mia generazione è cresciuta con due certezze: che studiando avremmo potuto ottenere un titolo di studio superiore a quello dei nostri genitori e che saremmo stati meglio di loro. Le mie figlie e la mia nipotina di tre anni hanno quasi la certezza che staranno peggio dei loro genitori o dei loro nonni. Quando cresci pensando che il futuro sarà migliore, puoi votare chi vuoi, ma hai fiducia. Oggi in Europa questa fiducia manca. Gli americani sanno che, indipendentemente da chi li governa, resteranno una grande potenza economica e militare. Questo senso di appartenenza, in un Paese con un melting pot così vasto, è una forza da cui dovremmo imparare.»
La politica sembra però premiare sempre più chi alza i toni, provoca e riesce a catturare l’attenzione. Come possono i progressisti uscire da questa spirale?
«Dovremmo imparare a essere non populisti, perché quelli sono i nostri avversari, ma più popolari. Dobbiamo tornare nei luoghi dove si soffre, nelle periferie delle città, nelle aree interne, tra le persone meno scolarizzate, tra chi fatica ad arrivare a fine mese. La sinistra storicamente nasceva per rappresentare chi ha meno o ha avuto meno opportunità. Dobbiamo tornare lì. Viviamo in un mondo che sta diventando sempre più ingiusto, con ricchi sempre meno numerosi ma sempre più ricchi, e poveri che diventano sempre più poveri. E si allarga la platea di coloro che non avrebbero mai pensato di trovarsi in quella condizione.»
C’è poi un tema che riguarda direttamente milioni di italiani nel mondo: la rappresentanza politica dei cittadini residenti all’estero con la nuova legge elettorale. Si rischia di perdere il rapporto con una parte importante del Paese?
«È un rischio vero. Pensi a un eletto al Senato che dovrebbe rappresentare cittadini italiani residenti in qualsiasi Paese del mondo. È un assurdo. L’hanno fatto perché hanno calcolato dove hanno più forza, in particolare Fratelli d’Italia. Qualcuno di loro l’ha persino lasciato intendere. Gli italiani all’estero sono un patrimonio culturale, storico e valoriale. Persone che attraverso sacrifici enormi hanno portato valore alle proprie famiglie, anche a quelle rimaste in Italia, e ai Paesi che li hanno accolti. Credo che gli italiani abbiano dato un grande apporto al progresso e alla crescita economica di questo Paese.»
Lei ha mantenuto un rapporto molto stretto con gli emiliano-romagnoli negli Stati Uniti. Quanto conta oggi il legame tra le regioni italiane e le loro comunità all’estero?
«Apprezzo molto che la Regione Emilia-Romagna abbia continuato, e stia persino rafforzando, questa presenza anche dopo la fine del mio mandato. Oggi la regione può contare su 46 prodotti DOP e IGP, uno dei patrimoni agroalimentari certificati più importanti d’Europa. Tra questi Parmigiano Reggiano, prosciutto di Parma, aceto balsamico di Modena e mortadella di Bologna, prodotti che negli Stati Uniti hanno trovato un mercato particolarmente ricettivo. Ma il legame con le comunità italiane non deve essere ridotto alla promozione commerciale. Bisogna valorizzare ciò che rappresentano dal punto di vista culturale, storico e valoriale. E farlo indipendentemente dalle appartenenze politiche.»
Spesso gli italiani hanno un’immagine parziale dell’America. Ma anche gli americani, forse, conoscono soltanto una parte dell’Italia contemporanea. Qual è la qualità del nostro Paese che viene maggiormente sottovalutata?
«La nostra capacità di resilienza. Penso alle emergenze che hanno messo a dura prova l’Emilia quando ne ero presidente. Abbiamo vissuto un terremoto devastante, una pandemia che il mondo non conosceva da un secolo e un’alluvione che nel 2023 è stata tra gli eventi più catastrofici del mondo. Non auguro a nessuno di vivere quello che abbiamo vissuto. Eppure, questo ha mostrato come nelle difficoltà sappiamo rimboccarci le maniche e trovare la forza per resistere. Gli italiani lo hanno dimostrato anche venendo qui, negli Stati Uniti. Continuo a considerare questo un grande Paese. Mi auguro davvero che possa riaprirsi una stagione di dialogo importante e proficuo tra Europa e Stati Uniti, tra Italia e Stati Uniti».
L’articolo Bonaccini ha le idee abbastanza chiare sui rapporti tra Italia, Europa e Stati Uniti proviene da IlNewyorkese.




