Ottobre è l’Italian Heritage Month e la storia dell’emigrazione italiana si intreccia quasi sempre con un luogo ben preciso: la chiesa del quartiere.
Chi arrivava in una città sconosciuta, senza conoscere l’inglese, trovava spesso nella parrocchia e nelle società di mutuo soccorso i primi punti di riferimento.
Il vescovo di Piacenza, Giovanni Battista Scalabrini, fondò i Missionari di San Carlo nel 1887, l’associazione laicale San Raffaele nel 1889 e le Suore missionarie di San Carlo nel 1895. Nel 1889, Francesca Saverio Cabrini arrivò a New York con sei suore, inviata da Papa Leone XIII. Preti e suore aprirono catechismi, scuole, orfanotrofi e ospedali per le comunità che nessun altro aiutava.
L’accoglienza non fu sempre semplice, nemmeno all’interno della Chiesa. Quando gli italiani arrivarono in gran numero, l’arcidiocesi era guidata da prelati irlandesi che li consideravano poco catechizzati e restavano colpiti dalle loro manifestazioni di fede più vistose. Per questo nacquero le parrocchie nazionali, basate sull’appartenenza etnica anziché sul territorio: la gerarchia temeva che i cattolici dell’Europa meridionale abbandonassero la fede se non fossero seguiti da sacerdoti della loro stessa origine.
A Detroit la situazione era più contenuta e arrivò più tardi. Secondo lo storico Armando Delicato, l’immigrazione italiana fu meno numerosa rispetto a quella delle città dell’Est e, nel 1904, la città contava circa 900 italiani. Nel 1900, la maggior parte proveniva da Genova, dalla Lombardia e dalla Sicilia, senza che una regione prevalesse sulle altre. Qui le comunità si organizzavano soprattutto da sole.
Un esempio è la chiesa della Sacra Famiglia. Gli immigrati siciliani e meridionali inizialmente pregavano in una cappella dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Nel 1907 arrivò padre Giovanni Boschi, che avviò la raccolta fondi, e la prima messa fu celebrata il 13 novembre 1910. Un comitato di trenta uomini, nato per fondare la parrocchia, creò anche la società fraterna di San Giuseppe: parrocchia e associazione nacquero insieme. All’interno, cinque altari dedicati alla Vergine rappresentano le comunità di origine dei primi fedeli, come Trapani e Terrasini.
Le società avevano però anche dei limiti: negli anni Venti, a Detroit, le donne erano escluse dalla maggior parte delle logge e delle società italiane.
Nel 1947 il cardinale Edward Mooney, che cercava sacerdoti per gli emigrati italiani della zona industriale, invitò i missionari del PIME a Detroit. La loro prima sede fu la chiesa di San Francesco in Brewster Street, la prima casa del PIME sia a Detroit sia negli Stati Uniti. Da lì il PIME ha servito altre parrocchie dell’arcidiocesi e il suo centro missionario pubblica la rivista “Mission World”.
Oggi il PIME si trova nella nuova sede di Farmington Hills, che è sia centro missionario sia sede regionale per gli Stati Uniti, diretta dal missionario italiano padre Daniele Criscione. È lui che ha organizzato il recente evento di raccolta fondi a favore della comunità in Thailandia: un modo per ricordare che la vocazione missionaria, nata per sostenere gli emigrati italiani, oggi si rivolge anche ad altri popoli e bisogni.
Le comunità nate per gli emigrati stanno vivendo un’altra fase di cambiamento. A New York, nel 2014, l’arcidiocesi ha annunciato la fusione di oltre cento parrocchie in circa 55, tra cui molte nate durante le ondate migratorie. Anche Our Lady of Pompeii, simbolo dell’immigrazione italiana, ha perso il suo carattere esclusivamente etnico con l’arrivo di nuovi gruppi, come i brasiliani e i filippini.
Ora tocca a Detroit. A novembre 2025, durante una riunione presso la Chiesa di San Francesco a Clinton Township, è stato presentato il programma annunciato dall’arcivescovo Edward Weisenburger, relativo a una riorganizzazione che comporterà chiusure e fusioni a causa della diminuzione del numero di fedeli.
Molte chiese furono costruite quando l’arcidiocesi contava 1,5 milioni di cattolici, ma oggi il 67% delle parrocchie ha meno di 600 persone a messa ogni settimana; nel 2010 i sacerdoti erano 252.
La presenza della lingua italiana nella liturgia sta affrontando delle difficoltà. A Detroit, alla Sacra Famiglia (Holy Family Church), che ospita i club italiani della zona, la messa in italiano oggi viene celebrata di rado.
A San Francesco, a Clinton Township, invece, la comunità è molto partecipativa e un recente weekend di celebrazioni, organizzato da padre Marco Brioschi e da Piero Masolo, ha registrato un’ampia affluenza di italo-americani. Questo dimostra che il desiderio di vivere la fede nella propria lingua non è scomparso: dipende dal luogo e da chi la sostiene.
Le chiese degli italiani sono state centri di aggregazione, di devozione e di solidarietà e casa per tanti lontani da casa. E così, quando gli edifici chiudono o si fondono, restano solo la memoria e le tradizioni.
Nel mese del patrimonio italiano, vale la pena chiedersi quali luoghi oggi mantengano viva questa continuità.





