TuttoFood Milano e la visione di Alessandro Sita: networking e cultura del prodotto

TuttoFood Milano non è solo una vetrina, ma un osservatorio privilegiato per leggere lo stato di salute dell’agroalimentare italiano e internazionale. In occasione dell’edizione milanese, ne abbiamo parlato con Alessandro Sita, alla guida di Sita Food Inc, presente in fiera non come espositore ma come osservatore attento.

“Arrivare a Milano e, in due o tre giorni, avere una fotografia completa del mercato è un vantaggio enorme”, spiega. Ma c’è di più: “Le intuizioni migliori spesso nascono quando ti lasci guidare dalla fiera, senza agenda”. Una scelta strategica che racconta molto del suo approccio: analitico, globale e profondamente radicato nella cultura del prodotto.

Ne emerge il ritratto di un imprenditore che è anche interprete autorevole delle trasformazioni del settore.

Qual è il ruolo strategico di TuttoFood Milano nel vostro calendario fieristico?

Negli anni le fiere si sono moltiplicate, ma in Italia ce ne sono alcune che restano centrali: Tutto Food Milano e Cibus a Parma, sono oggi le vetrine più rappresentative dell’agroalimentare. In occasioni come queste si incontrano produttori, trasformatori, grandi e piccoli player. Per noi è un grande vantaggio, perché in pochi giorni possiamo osservare il mercato nel suo insieme, capire se ci sono novità, individuare aziende in crescita o cogliere segnali deboli che magari altrove richiederebbero mesi per emergere.

A TuttoFood partecipate senza stand. Una scelta precisa?

Sì, è una scelta voluta. Saremo a TuttoFood Milano come osservatori, non come espositori. In passato abbiamo partecipato anche con stand, ma oggi il nostro obiettivo è diverso.

Vogliamo muoverci con maggiore libertà, avere uno sguardo più aperto. Il primo obiettivo resta incontrare i nostri partner, verificare che tutto sia allineato, anche semplicemente guardandosi negli occhi, cosa che nel mondo digitale di oggi non è scontata.

Poi c’è una parte che per noi è fondamentale: circa il 20% del tempo lo lasciamo volutamente senza appuntamenti. È uno spazio di esplorazione pura, in cui ci lasciamo guidare dalla fiera. Ed è lì che spesso emergono le scoperte più interessanti.

Quindi networking, ma anche analisi e scoperta…

Esattamente. Il networking è importante, ma non è l’unico obiettivo. C’è anche un lavoro di analisi continua. A volte portiamo con noi anche dei clienti: questo ci permette di avere uno sguardo esterno, di capire se ci sono prodotti o idee che magari noi non abbiamo considerato.

Allo stesso tempo, la fiera è uno spazio di curiosità: anche restando nel nostro mondo, quello del fresco, dei formaggi, dei salumi, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Magari una piccola realtà regionale, magari un prodotto reinterpretato. Sono dettagli che, nel tempo, possono fare la differenza.

TuttoFood può essere anche un momento di confronto sulle criticità del settore?

Sicuramente. Oggi il settore agroalimentare è attraversato da molte tensioni: il costo dell’energia, i trasporti, il cambio euro-dollaro, le dinamiche geopolitiche. Le fiere permettono di raccogliere informazioni, confrontarsi con i partner e costruire strategie comuni. Non sempre possiamo cambiare i fattori esterni, ma possiamo adattarci meglio.

Dopo il Covid, per esempio, abbiamo imparato quanto sia fragile la logistica globale. Oggi analizziamo molto di più questi aspetti, per garantire continuità e qualità al consumatore finale.

Rispetto ai dazi, quanto incidono oggi sul vostro lavoro?

Abbastanza. Alcuni costi vengono assorbiti, ma la maggior parte si trasferisce lungo la filiera, arrivando al consumatore. Noi cerchiamo di difendere la qualità: piuttosto riduciamo le porzioni, ma non scendiamo a compromessi sul prodotto. È una scelta precisa. Crediamo che il consumatore riconosca il valore di un prodotto di qualità, solido e in virtù di ciò costruisca un rapporto di fiducia che si mantiene nel tempo.

Il consumatore come sta cambiando?

“È sempre più attento alla sostenibilità, allo spreco e alla qualità. Si compra meno ma meglio, più spesso e con maggiore consapevolezza. Anche negli Stati Uniti si sta diffondendo questa mentalità, più vicina a quella europea. E cresce il consumo di cibo pronto di  alta qualità, che si integra con la cucina domestica.

Che fotografia offre TuttoFood dello stato di salute del settore?

È una buona rappresentazione. Si vedono aziende solide, ma anche tante realtà giovani o familiari in evoluzione. In Italia abbiamo un patrimonio incredibile di competenze e nuove generazioni molto valide. Il rischio, a volte, è solo quello di dare una falsa rappresentazione‘, vestirsi’ troppo bene: alcune aziende sembrano multinazionali nel modo di presentarsi, ma restano piccole. Questo può creare aspettative distorte nei buyer internazionali. Quindi serve più concretezza e professionalità.

Proprio sui giovani: cosa serve per affrontare i mercati globali?

La prima cosa è la fiducia: bisogna lasciare spazio ai giovani, anche accettando che possano commettere piccoli errori. Poi serve umiltà. Nulla è acquisito, nemmeno in aziende di seconda o terza generazione. E soprattutto apertura culturale. Non si può pensare o prendere per scontato che ciò che funziona in Italia funzioni automaticamente altrove. Bisogna ascoltare molto, capire il cliente.

Negli Stati Uniti, ad esempio, la cultura del customer service è centrale. È un aspetto su cui possiamo e dobbiamo ancora crescere molto in Italia. E poi, naturalmente, le lingue: saper comunicare è fondamentale.

Quanto conta oggi il contatto diretto rispetto al digitale?

Conta sempre di più. Paradossalmente, proprio perché tutto è digitale. Gli incontri dal vivo permettono di costruire relazioni autentiche, capire le persone, le aziende, i valori. Nel food, questo è essenziale. Certi prodotti, come quelli alimentari, non riesci ad apprezzarle fino in fondo finché non vedi i processi, l’amore e la cura che c’è nel realizzarli. 

Su cosa si concentrerà la vostra attenzione in fiera?

Sulla gastronomia: formaggi, salumi, antipasti. Ci interessa capire come evolvono le proposte, anche in termini di presentazione e nuovi packaging. Stiamo lavorando, ad esempio, su concept come i taglieri regionali o le box per l’aperitivo. Vogliamo capire come evolvono i gusti e come proporre un’esperienza nuova al consumatore, completa, che unisca qualità e semplicità.

Unidea che guarda anche al futuro, giusto?

Sì, stiamo lavorando appunto a questi antipasto box Sita di prodotti italiani  ordinabili online, pensate per il mercato americano. Un modo semplice per avvicinare nuovi consumatori al nostro mondo: qualità e accessibilità, tutto in un click.

In tre parole, il futuro di Sita Food Inc?

Qualità, convenienza, accessibilità. Sono i valori che ci guidano da sempre e che, in un mercato sempre più complesso, continueranno a farlo.

In un settore in continua trasformazione, tra tensioni globali e nuove abitudini di consumo, il contributo di Alessandro Sita su TuttoFood Milano ci fa capire quanto osservare, ascoltare, connettere sia l’equilibrio sul quale si gioca oggi la competitività dell’agroalimentare italiano.

E mentre il mercato accelera, resta una certezza che attraversa tutta la sua visione: “La qualità non è negoziabile. È da lì che nasce ogni relazione duratura, con i partner e con i consumatori”.

L’articolo TuttoFood Milano e la visione di Alessandro Sita: networking e cultura del prodotto proviene da IlNewyorkese.

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