La sicurezza è una parola chiave nel dibattito pubblico contemporaneo. Viene richiamata nei programmi politici, nei talk show, nelle campagne elettorali e nei discorsi istituzionali come una priorità assoluta. Ma cosa intendono davvero le persone quando parlano di sicurezza? E soprattutto: le soluzioni avanzate dalla politica intercettano le paure concrete che attraversano l’esperienza quotidiana?
A queste domande prova a rispondere un articolo particolarmente lucido e documentato pubblicato su Il Domani, firmato dal ricercatore Enzo Risso, dal titolo “La ricetta sulla sicurezza è sempre uguale: repressione e pene più gravi. Ma le vere paure dei cittadini sono ignorate”.Si tratta di un contributo davvero interessante perché scardina la narrazione dominante, mostrando con dati empirici quanto sia profondo lo scarto tra il vissuto sociale dell’insicurezza e la sua rappresentazione ideologica nello spazio pubblico.
Come ricorda Risso, “la sicurezza rappresenta un bisogno fondamentale per le persone, essenziale per il benessere fisico, emotivo e sociale”. Richiamando la piramide dei bisogni di Maslow, l’autore sottolinea come la sicurezza si collochi immediatamente dopo i bisogni fisiologici, costituendo la base su cui poggiano relazioni sociali, partecipazione civica e autorealizzazione individuale.
Entrando nel merito delle preoccupazioni quotidiane, l’articolo evidenzia che al primo posto vi è “l’esigenza di difendersi dai furti in casa (50 per cento, quota che sale al 60 tra i ceti popolari)”. Seguono la paura di scippi, sottrazioni di veicoli e danneggiamenti, indicata dal 41 per cento degli intervistati, e la richiesta di contrasto allo spaccio di droga e sostanze stupefacenti, che coinvolge il 40 per cento del campione.
Di particolare rilievo è il dato relativo alla percezione degli spazi urbani: “il 26 per cento degli italiani denuncia di avere paura di uscire nel proprio quartiere dopo il tramonto”, mentre il 32 per cento individua nelle bande giovanili un fattore di forte inquietudine. A ciò si aggiunge la presenza visibile di soggetti legati alla criminalità, che per il 38 per cento della popolazione alimenta un senso di limitazione della libertà personale e di incertezza esistenziale.
Il senso di insicurezza non deriva esclusivamente dal rischio di subire reati, ma anche dalle condizioni materiali dei territori. Risso sottolinea come “il permanere di forme di degrado ambientale nei quartieri” venga denunciato dal 37 per cento degli italiani, con percentuali significativamente più elevate nelle periferie e tra i gruppi sociali più fragili. La carenza cronica di illuminazione pubblica, che riguarda il 38 per cento del campione, diventa così un indicatore tangibile di abbandono istituzionale e di disattenzione verso lo spazio collettivo.
In questa prospettiva, il timore non è soltanto un’emozione individuale, ma un fenomeno sociale strutturato, che nasce dall’intreccio tra disuguaglianze economiche, marginalità territoriale e progressiva rarefazione dei servizi.
Uno degli aspetti più allarmanti messi in luce dall’articolo è la diffusione di atteggiamenti radicali e reattivi. “Il 43 per cento degli italiani ritiene che oggi le persone debbano difendersi da sole”, mentre addirittura il 64 per cento manifesta una certa legittimazione dell’idea di sostituirsi alle forze dell’ordine. È quella che Risso definisce la “sindrome del giustiziere”, un fenomeno che segnala una crisi profonda del rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni.
Questa dinamica è stata analizzata da studiosi come Zygmunt Bauman, che parlava di “paura liquida”, diffusa e priva di un oggetto definito, tipica delle società segnate da precarietà e instabilità. Anche Loïc Wacquant, sociologo contemporaneo, ha mostrato come nelle società neoliberali alla contrazione del welfare corrisponda spesso un’espansione dello Stato penale, con politiche securitarie che colpiscono i gruppi più vulnerabili invece di intervenire sulle cause strutturali del disagio.
Risso osserva che la politica “trasforma un malessere radicato nelle condizioni materiali di vita in un racconto che individua un nemico e propone come soluzione solo il controllo repressivo”. Si tratta di una narrazione che canalizza la rabbia sociale verso capri espiatori, distogliendo l’attenzione dalle disuguaglianze e dal decadimento urbano.
Eppure, proprio dall’analisi delle percentuali emerge anche una possibilità alternativa. Riconoscere che la sicurezza è fatta di illuminazione adeguata, servizi di prossimità, cura dello spazio pubblico, presenza sociale e politiche di welfare significa restituirle una dimensione autenticamente collettiva. Investire nei territori, nelle periferie, nelle reti di comunità e nella prevenzione sociale può ridurre l’insicurezza in modo più efficace di qualsiasi inasprimento sanzionatorio.
Ripensare la sicurezza come bene comune e non come semplice strumento di controllo è una sfida complessa, ma necessaria. È da qui che può nascere una politica capace di ricucire la distanza tra istituzioni e cittadini, trasformando la paura in fiducia e il disagio in partecipazione. In questo senso, quanto emerge dal lavoro di Risso è un invito concreto a immaginare un futuro più giusto, inclusivo e realmente più sicuro.
L’articolo Sicurezza, timore e vita quotidiana: quando la risposta pubblica non incontra i bisogni reali proviene da IlNewyorkese.





