La scomparsa di Rocco Commisso lascia un vuoto profondo non solo nel mondo del calcio, ma anche nel mondo di quegli italiani in America che costruiscono solidi ponti tra due sponde dell’Atlantico. Commisso è stato l’emblema di una generazione che ha saputo trasformare il sacrificio in opportunità, il lavoro in riscatto, la passione in destino.
Rocco arrivò in America a soli dodici anni, insieme alla madre, raggiungendo il padre che già viveva a New York. Cresciuto a Brooklyn, era un bambino italiano che ha imparato presto a muoversi tra due culture: l’Italia nel cuore e l’America come orizzonte. Studiava e lavorava, senza mai perdere di vista il valore dell’impegno. Fu il calcio, la sua grande passione, ad aprirgli una porta decisiva: grazie allo sport vinse una borsa di studio alla Columbia University, dove si laureò, dando inizio a un percorso che lo avrebbe portato lontano, ma mai davvero lontano dalle sue radici.
Da lì nacque l’imprenditore. Commisso costruì il suo impero fondando Mediacom, una delle più importanti aziende americane nel settore della televisione via cavo, poi dell’internet e dei servizi digitali applicati anche alla sanità. Un successo straordinario, costruito con visione e tenacia, che però non lo allontanò mai dall’idea del “give back”. Rocco sentiva il bisogno di restituire: all’Italia, al calcio, allo sport che gli aveva dato la possibilità di studiare e di diventare ciò che era.
Chi arriva bambino dall’Italia in America cresce con un legame che non si spezza mai. L’Italia resta una presenza costante, un richiamo profondo. Per Rocco Commisso quel richiamo aveva un nome preciso: calcio. Prima l’esperienza come proprietario dei New York Cosmos, poi la consapevolezza che il sistema sportivo americano non rispecchiava fino in fondo la sua idea di merito. Vincere senza poter salire di categoria non gli bastava. Rocco credeva nel lavoro che viene premiato, nella fatica che porta risultati concreti.
L’occasione della vita arrivò con l’acquisto della Fiorentina. Entrò in Serie A con un obiettivo chiaro: fare la storia, riportare la Viola dove meritava di stare, vincere un trofeo, cambiare il destino di un club carico di passato e di aspettative. In pochi anni la Fiorentina di Commisso ha combattuto su più fronti, ha raggiunto finali, ha vinto con le giovanili, ha sfiorato il sogno con la prima squadra. Le coppe non sono arrivate, non ancora, ma la storia sì.
L’ha scritta fuori dal campo, prima ancora che sul campo. La ristrutturazione del Stadio Artemio Franchi, la costruzione del Viola Park, il più grande e moderno centro sportivo d’Europa, un investimento superiore ai cento milioni di euro. Un luogo pensato per convivere, crescere, tramandare valori: generi e generazioni insieme, il futuro accanto alla memoria.
Rocco Commisso è stato anche un uomo che ho conosciuto personalmente, e resterà per sempre nella mia memoria. Un uomo forte, diretto, tutto d’un pezzo. Uno di quelli che oggi esistono sempre più raramente. Profondamente legato alla famiglia e alla fede: nel centro sportivo ha voluto una cappella, una chiesa, ha dedicato gli ulivi a Catherine, sua moglie, presenza costante al suo fianco. Spesso con lui c’era il figlio, che per un periodo ha vissuto anche a Firenze, una città che Rocco amava davvero.
Amava essere amato, Commisso. Cercava il riconoscimento, l’affetto. A Firenze lo ha trovato, a volte in modo travolgente, altre meno. E credo che abbia sofferto nei momenti in cui non si è sentito capito. Ricordo le sue arrabbiature, quando le sue idee venivano interpretate diversamente da come le aveva pensate. Ma ricordo anche le sue gioie, i sorrisi larghi, l’entusiasmo contagioso. Era un innovatore, sempre pronto a portare nuove energie. Appena sceso da un volo transoceanico, correva subito al centro sportivo, senza fermarsi, spesso insieme a Catherine. Era già pronto a lavorare.
Non ha mai dimenticato Gioiosa Ionica, il paese calabrese dove era nato, né l’importanza di investire sui giovani, offrendo loro la possibilità di crescere e di costruirsi un futuro attraverso il calcio, proprio come era successo a lui.
Rocco Commisso mancherà a Firenze, mancherà alla Fiorentina, mancherà a chi crede ancora nei valori del lavoro, del merito, della fede e della famiglia. Resta la speranza, quasi una preghiera laica, che da lassù possa finalmente vedere la sua amata Viola alzare un trofeo. Sarebbe il finale che meritava.
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