Qui non è Nuova York è un insieme di racconti quotidiani attraverso cui i giornalisti Glauco Maggi e Maria Teresa Cometto, inviati speciali dell’Istituto Italiano di New York, restituiscono «un dipinto impressionistico fatto di aneddoti e dati raccolti in oltre cento tappe» percorse in auto da una costa all’altra degli Stati Uniti. Pubblicato inizialmente in italiano nel 2024 da Neri Pozza, il volume ha poi avuto un’edizione in lingua inglese pubblicata da Bordighera Press-CUNY, (Re)Covering America.
Il vostro libro Qui non è Nuova York nasce da un lungo viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti. Qual è stata l’idea iniziale che vi ha spinti a raccontare questa “altra America”?
Essendo giornalisti, siamo portati prima di tutto a osservare e raccontare. L’idea è nata durante un primo viaggio organizzato insieme all’Istituto Italiano di Cultura di New York e il precedente direttore dell’Istituto Fabio Finotti. Il progetto iniziale prevedeva un percorso da New York fino all’Oregon, attraversando aree meno conosciute del paese. Fin dall’inizio abbiamo pensato di registrare tutto quello che vedevamo, giorno per giorno, per non dimenticare nulla. Durante il viaggio, infatti, ogni tappa veniva documentata e trasformata in un racconto quotidiano inviato all’Istituto, che lo pubblicava sul sito Stanze Italiane, nato durante il periodo del Covid. Da quell’archivio di testi e impressioni è poi nato naturalmente il libro, concepito non come una guida turistica, ma come un diario di viaggio e di incontri.
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Come nasce concretamente un lavoro di questo tipo? Da dove siete partiti nell’organizzare un viaggio così lungo e quanto c’è di pianificato e quanto invece di lasciato al caso?
L’organizzazione è stata molto accurata. Una parte del lavoro era costruita attorno ad alcuni filoni precisi: l’italianità negli Stati Uniti, l’insegnamento della lingua italiana e la vita delle comunità locali. Sapevamo di voler visitare università e dipartimenti di italianistica per capire come viene insegnata e percepita la lingua italiana. Questo ha portato a incontri con docenti e studenti, spesso sorprendenti. A Spokane, per esempio, abbiamo conosciuto un giovane professore che aveva ideato corsi di italiano basati su hip hop e rap per attirare studenti americani. Accanto alla pianificazione, però, c’è stato molto spazio per la casualità. Facevamo spesso piccoli video parlando in italiano e ci capitava che persone si fermassero incuriosite. Da lì nascevano incontri inattesi con americani innamorati dell’Italia o desiderosi di raccontare la propria esperienza.
Durante il viaggio avete alternato grandi città, parchi naturali e piccole comunità locali. Come avete deciso quali tappe meritassero di entrare nel libro?
La selezione delle tappe è stata dettata sia dalla logistica sia dalla coerenza del progetto. Un viaggio di questo tipo, finalizzato al reportage, non lascia molto spazio all’improvvisazione. Ogni giornata prevedeva una destinazione precisa, un luogo dove dormire, lavorare e inviare i contenuti quotidiani. Dovevamo essere certi di avere internet e un posto dove fermarci a scrivere. Più che escludere luoghi abbiamo seguito una traiettoria precisa, costruita intorno ai temi del libro.
Durante il viaggio avete attraversato oltre 15 Stati, parchi naturali, città e piccoli centri. Qual è stato il primo luogo che vi ha fatto capire che stavate raccontando un Paese diverso?
Il primo impatto è arrivato uscendo dallo Stato di New York e attraversando le grandi pianure e i boschi del nord. La prima sensazione è stata quella della vastità: per un italiano è quasi inconcepibile attraversare paesaggi che sembrano non finire mai. Strade immerse in boschi, colline e pianure che durano ore senza incontrare quasi nulla. Ma la scoperta più significativa è stata soprattutto umana. In Nebraska, per esempio, abbiamo incontrato giovani accompagnatori che lavoravano con ragazzi disabili durante una passeggiata in un bosco. Ci ha colpito la naturalezza e l’attenzione con cui si relazionavano a loro. Da quell’episodio è emersa un’America meno ideologica e più concreta.
Nel libro emergono luoghi sorprendenti e poco conosciuti, come il Cave Creek Canyon o il Crystal Bridges Museum. Che cosa vi hanno rivelato questi spazi sull’identità americana?
Luoghi come il Crystal Bridges Museum, in Arkansas, hanno mostrato una dimensione culturale spesso sottovalutata. Ci ha colpito scoprire che esistono posti lontani dalle grandi metropoli che stanno diventando nuove destinazioni culturali anche per gli americani. Questi spazi raccontano un paese molto più esteso e decentralizzato di quanto spesso si immagini. L’America è sconfinata e continuamente capace di reinventarsi.
Avete raccontato anche le contraddizioni profonde degli Stati Uniti, tra memoria storica e ferite ancora aperte, come nel caso del museo del linciaggio a Montgomery. Come si affronta un viaggio dentro queste pagine così difficili della storia?
Una parte importante del viaggio è stata dedicata proprio al confronto con le pagine più dolorose della storia americana. Tra le esperienze più forti c’è stata la visita al museo dedicato alla memoria dei linciaggi in Alabama e quella al museo dei nativi americani in Oklahoma. Gli americani hanno una forte tendenza a scavare dentro la propria storia e nella propria coscienza. Attraverso musei, memoriali e archivi, il paese prova a restituire la memoria collettiva a vicende spesso rimosse o dimenticate. Molto intenso è stato anche l’incontro con una coppia di nativi americani. Ci hanno raccontato non solo la violenza fisica subita, ma anche quella psicologica: la sottrazione delle terre, la perdita di identità, il sentirsi guardati dall’alto in basso. Una ferita che, spiegano, resta aperta ancora oggi.
Nel libro citate spesso la persistenza del cosiddetto “sogno americano”. In che forma lo avete ritrovato oggi, in un’epoca in cui molti lo considerano in crisi?
Io credo che il sogno americano non sia affatto scomparso. È sempre stato dichiarato in crisi, ma continua a esistere. La prova è nelle migliaia di persone che ancora oggi desiderano trasferirsi negli Stati Uniti per lavorare, studiare o costruirsi una nuova vita. Durante il viaggio abbiamo incontrato storie molto diverse: lavoratori, giovani ricercatori, studenti stranieri e professionisti. Abbiamo conosciuto persone alla NASA, ragazzi arrivati da altri paesi per inseguire un sogno scientifico, culturale o professionale. Questo ha evidenziato come il sogno cambi forma ma resti comunque legato all’idea di possibilità.
Dopo aver attraversato il Paese coast to coast, qual è l’immagine dell’America che vi è rimasta più impressa?
L’immagine più forte è quella di un paese fatto di contrasti continui: grandi ferite storiche e straordinarie energie di trasformazione. Abbiamo visto cose che stringono il cuore, ma anche tantissimo sviluppo, curiosità e desiderio di crescere. Ciò che resta più impresso è soprattutto la varietà: paesaggi, culture, comunità e modi di vivere profondamente diversi tra loro.
L’articolo <i>Qui non è Nuova York</i>: l’America fuori cartolina di Glauco Maggi e Maria Teresa Cometto proviene da IlNewyorkese.





