All’Istituto Italiano di Cultura di New York si è tenuta, nella giornata di ieri, la presentazione del nuovo numero de ilNewyorkese dedicato a La cucina Italiana Patrimonio UNESCO, un riconoscimento che celebra l’eccellenza gastronomica del Paese e il suo valore culturale nel mondo. Ad aprire l’evento è stato il richiamo al ruolo delle istituzioni italiane nel mondo. «Il nostro compito è lavorare insieme ai consolati e alle comunità per suggerire al governo italiano quali siano le priorità», è stato detto, sottolineando come il riconoscimento dell’UNESCO rappresenti «la vittoria dei nostri chef», non solo a New York ma in tutti gli Stati Uniti. Un passaggio che ha insistito sul valore contemporaneo della cucina italiana, descritta come «una cucina che continua a reinventarsi ogni giorno», lontana dall’immagine cristallizzata di una tradizione immobile.
Il progetto editoriale del Newyorkese è stato presentato come un esempio di questa evoluzione. Nato due anni fa, ha già raggiunto sedici numeri e un pubblico in crescita. «Siamo un progetto editoriale che sta crescendo rapidamente» ha sottolineato il CEO e Founder Davide Ippolito. Oggi il network raggiunge circa cinque milioni di lettori al mese, con edizioni in espansione in diverse città americane e anche all’estero, fino al Giappone. In questo percorso di crescita si inserisce anche il lancio della versione cartacea di Good Morning Italy, che sarà presentata il 14 maggio.
Screenshot
Il nuovo numero del Newyorkese “La cucina Italiana Patrimonio Unesco” nasce dal lavoro congiunto di istituzioni e operatori del settore. Tra i contributi citati, quello del ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida e il supporto dell’Italian Trade Agency. «Abbiamo organizzato numerosi eventi per promuovere la cucina italiana nella sua autenticità» ha sottolineato Erica Di Giovancarlo, direttrice ICE di New York; citando iniziative a New York, Chicago e in occasione del Summer Fancy Food Show. «Finalmente questa eccellenza è stata riconosciuta».
Il primo intervento è stato, quello di Marta Galfetti, autrice della rubrica “Il giro del mondo a New York”, che racconta i quartieri della città attraverso le comunità che li abitano. «New York è una città in cui puoi viaggiare senza prendere un aereo», ha detto. L’idea è nata durante la pandemia, quando gli spostamenti erano limitati: «Mi ricordo una mattina a Chinatown in cui ho pensato: sto viaggiando». Da lì è nato un progetto che mette al centro le persone. «Le storie più belle sono quelle in cui incontri qualcuno disposto a raccontarti il proprio mondo», ha aggiunto, ricordando l’incontro con un anziano greco ad Astoria che l’ha guidata nel quartiere.
Il riconoscimento UNESCO è stato letto anche in chiave economica e logistica. Stefano D’Angelo, amministratore delegato di un gruppo attivo nella logistica, ha sottolineato le criticità della filiera. «La sfida è mantenere autenticità e qualità lungo tutto il percorso», ha spiegato. In un mercato competitivo come quello americano, «contano efficienza e costi, ma soprattutto continuità e affidabilità». Se un prodotto non arriva in tempo, «perde spazio sugli scaffali». Per questo, ha aggiunto, «le aziende italiane devono strutturarsi negli Stati Uniti, con una presenza su entrambe le sponde dell’oceano».
Un punto di vista diverso è arrivato da Ernest Lepore, ristoratore e figura storica di Little Italy. Il suo intervento ha ricostruito l’esperienza dell’emigrazione italiana attraverso il cibo. «Little Italy è sempre stata un simbolo dell’identità italiana», ha detto. «Attraverso il cibo abbiamo costruito una comunità». Lepore ha insistito sul valore culturale della cucina: «Non è solo una questione di ricette, ma di storia e identità».
Screenshot
Lo chef Fabrizio Facchini ha ripercorso invece il lavoro dietro la candidatura UNESCO. «Abbiamo organizzato eventi, cene e iniziative con chef e istituzioni», ha spiegato. Tra questi, una cena a Parigi dedicata all’inclusione, con la partecipazione di persone con disabilità. «È stato un momento importante, non solo gastronomico». Facchini ha poi sottolineato come oggi sia più facile mantenere l’autenticità grazie alla maggiore disponibilità di prodotti italiani. «Esistono due cucine, quella italiana e quella italoamericana. Sono diverse, ma entrambe raccontano una storia italiana».
Un racconto più personale è stato quello dello chef Tony Grande, arrivato negli Stati Uniti negli anni Settanta. «Quando sono arrivato non c’erano ingredienti italiani», ha ricordato. I piatti venivano adattati con quello che si trovava, spesso snaturando le ricette originali. «Oggi è diverso», ha detto, riconoscendo i progressi fatti grazie al lavoro di chef e importatori. «C’è più consapevolezza».
La dimensione dell’emigrazione è tornata anche nell’intervento di Mario Terrana, imprenditore arrivato negli Stati Uniti da giovane. «All’inizio è stato difficile, soprattutto per la lingua», ha raccontato. «Avevo paura di parlare». Con il tempo ha costruito la sua carriera e oggi guarda al riconoscimento UNESCO come a un rafforzamento del valore del Made in Italy.
A chiudere l’incontro è stato il progetto Piazza Italia, presentato da Marco Giovanelli. Nato durante la pandemia, si propone come uno spazio per aziende italiane a New York. «L’idea era creare una comunità», ha spiegato. Non solo uffici e showroom, ma anche eventi e occasioni di incontro. Il progetto è ora in espansione e si trasferirà a Times Square. «Vogliamo essere un punto di riferimento per chi arriva a New York».
L’articolo La cucina Italiana Patrimonio UNESCO protagonista del nuovo numero de ilNewyorkese proviene da IlNewyorkese.





