Jacopo Rampini: «In Final Broadcast abbiamo fuso due anime, europea e americana»

Jacopo Rampini è un attore italo-americano che vive e lavora tra Italia e Stati Uniti. Ha una solida esperienza nelle produzioni americane, e nel corso degli anni ha costruito un percorso che tiene insieme lo stile americano con la storia italiana sulla scia di un percorso di vita che lo ha portato a girare il mondo.

Con Final Broadcast, il film di Davide Ippolito, prodotto da N41 Studios, che sarà disponibile in primavera, Rampini ha sperimentato un modello produttivo ibrido, girato in inglese ma con sensibilità italiana, muovendosi tra realismo urbano newyorkese e ambizione internazionale.

Che esperienza è stata Final Broadcast?

È stata un’esperienza molto interessante, soprattutto perché si tratta di un film fuori dai circuiti tradizionali. Ho lavorato spesso su produzioni americane molto strutturate, dove tutto è estremamente efficiente e organizzato nei minimi dettagli. In questo caso abbiamo adottato un approccio più pragmatico adattandoci alle situazioni reali. È un modo di lavorare che si avvicina a un certo realismo contemporaneo, come quello di registi quali Josh Safdie o Sean Baker, che amano mescolare attori e realtà viva.

In che senso realtà viva?

Abbiamo girato anche in una strada di Canal Street, a Chinatown, a New York, dove vivevano persone senza fissa dimora. La nostra storia parla di un mondo sull’orlo di una crisi nucleare: quella realtà era perfetta. Inserire elementi autentici nel contesto ha dato al film una forza particolare.

C’è anche una forte componente internazionale nel progetto.

Sì, ed è una cosa che mi ha entusiasmato molto. Il film è in inglese, con attori americani, ma nasce da una scrittura e da una regia italiana diretta da Davide Ippolito. Io sono l’unico con background italiano nel cast, ma recito in inglese. È un modo di fare cinema americano con una mentalità italiana: unire l’ambizione produttiva statunitense con l’ingegno e la flessibilità europea.

Insomma, una dimensione adatta a te che hai vissuto tra Italia e Stati Uniti.

Assolutamente sì. Mi sento a metà tra i due mondi. Hollywood oggi punta molto sulle grandi produzioni e sull’intrattenimento globale. L’Europa resta più artigianale, più autoriale. In Final Broadcast abbiamo cercato di fondere queste due anime, e io mi trovo perfettamente in questo mix.

Come valuti il cinema italiano rispetto al mercato americano?

È un tema delicato. I nostri film fanno fatica a emergere negli Stati Uniti perché l’offerta è enorme. Però ci sono eccezioni: i film di Paolo Sorrentino, per esempio, trovano distribuzione. E credo molto nelle serie: prodotti come The Young Pope hanno intercettato una nicchia americana di alto livello. Quando proponiamo qualcosa di distintivo e di qualità, possiamo ritagliarci uno spazio, anche se resta un mercato di nicchia.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Continuare a costruire questo legame tra i due continenti. Intercettare produzioni americane che girano in Italia e, quando non esistono, crearle io. È quello che sto cercando di fare anche con il romanzo Il gioco del potere scritto con mio padre (Federico Rampini, ndr), da cui puntiamo a sviluppare una coproduzione internazionale. L’idea è sempre di coniugare l’aspetto americano e quello italiano, anche in modo sperimentale.

Parlando di sperimentazione, non possiamo non affrontare il tema dell’intelligenza artificiale. Che posizione hai a riguardo?

È una questione centrale. Penso al caso del video generato con i volti di Brad Pitt e Tom Cruise senza autorizzazione, che ha provocato molte polemiche. È chiaro che servono regole, ma non la vedo come un nemico e non possiamo ignorarla. Se viene utilizzata per arricchire il linguaggio cinematografico o per migliorare gli effetti speciali, ben venga. Il problema nasce quando sostituisce l’attore. La sfida sarà trovare un equilibrio: non chiudere la porta all’innovazione, ma governarla con responsabilità.

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