Per girare il film Il Newyorkese – a New York Story, l’attore Marco Fanizzi ha trascorso due settimane nella Grande Mela interpretando il suo omonimo e lavorando anche come acting coach e aiuto regia. In questa intervista, Fanizzi analizza il suo approccio al ruolo, le difficoltà pratiche e l’entusiasmo di girare in una città profondamente legata all’immaginario cinematografico, riflettendo sul valore del lavoro collettivo e sulle differenze tra l’industria cinematografica americana e quella italiana.
Girare un film è sempre emozionante, ma farlo a New York ancora di più? Quali sono stati i momenti più speciali delle riprese? Da quello più duro a quello più divertente…
Per quanto mi riguarda tendo a buttarmi piuttosto a capofitto nelle cose, soprattutto se si tratta del mio lavoro: diciamo che prendo le cose con un entusiasmo enorme, a volte spropositato. Questo stato di euforia alla notizia che sarei andato a New York però ha messo in ombra il fatto in sé, come spesso mi succede, e quindi quando sono atterrato dopo le 9 ore di volo, è stato solo in quel momento che ho davvero realizzato di essere nella Grande Mela. Per uno entusiasta come me la fortuna è che ti vivi la gioia nell’immediato ma anche la sorpresa quando effettivamente realizzi che stai davvero vivendo la situazione in cui ti ritrovi.
Di momenti speciali ce ne sono stati tantissimi ma quello davvero più impresso nella mente è stato l’ultimo giorno: quando abbiamo realizzato che in un paio di settimane eravamo riusciti a girare un intero film ben oltre le aspettative che avevamo quando abbiamo iniziato. È stato un percorso di arricchimento quotidiano della sceneggiatura, di profondo studio e poi di libera invenzione e creatività, anche e soprattutto dal punto di vista attoriale.
Il momento più duro è stato sicuramente quando, all’inizio della seconda settimana mi sono ritrovato quasi totalmente afono e raffreddato: purtroppo a New York ancora non hanno capito come trovare una giusta temperatura vivibile all’interno della metro e nei locali. Ma NY è così, mi è parso di capire: non ci sono mezzi termini. Quasi mai.
Di momenti divertenti per me ce ne sono stati tantissimi, soprattutto quando poi era il momento di lavorare insieme ai vari interpreti, Davide compreso, nel ruolo di acting coach e aiuto regia: non c’è niente di più divertente della recitazione. So che è banale detto da un attore, ma come fai a spiegare che è la cosa che si avvicina di più al tornare bambini e giocare seriamente a “fare finta di…”?
Ci puoi anticipare qualcosa del tuo personaggio?
Marco, mio omonimo, è una persona di cui Davide, il protagonista, si fida e si confida: è tra i suoi migliori amici, sicuramente è quello che nella sua quotidianità newyorkese lo segue più da vicino. È un ragazzo molto fortunato economicamente (suo papà ha fatto fortuna con… no, niente spoiler!) Che si è ritrovato a NY per capire un po’ meglio se stesso: cosa è bravo a fare? Ce la può fare anche senza l’aiuto di suo padre? È davvero quello il suo “posto nel mondo”? Attraverso incontri e un evento che lo segna profondamente Marco (lui) riuscirà a dare una risposta a queste domande. Una risposta sua e sua soltanto, lontano da morali o “zan-zan!” Finali che con Davide siamo stati d’accordissimo nel voler evitare.
Come ti sei preparato per interpretarlo?
La visione d’insieme è un aspetto per me irrinunciabile. Prima ancora di approfondire i motivi e i bisogni del mio personaggio, ho bisogno di capire il movimento generale del film: cosa vuole raccontare? Come vuole farlo? Il mio personaggio “incarna” una certa atmosfera di cui il film ha bisogno? Cioè, quando vedi il mio personaggio che toni ti aspetti? Leggeri, pragmatici, sognanti, ispiranti? Insomma, qual è la funzione di Marco (sempre lui) nell’intero racconto? Una volta capito questo è molto bello e tendenzialmente più facile capire quando è il caso di caricare di emotività una scena in cui non ti aspetti da Marco una certa profondità o l’esposizione di certe fragilità. È anche un po’ un gioco a “flirtare” con lo spettatore per conquistarlo: ci si innamora sempre di una serie di sfaccettature, non della monotonia.
Che cosa si prova a prendere parte a un film che racconta la nascita di un giornale? Hai sentito una responsabilità nel raccontarlo?
Intanto secondo me è una storia originalissima, sotto questo aspetto. Che io ricordi non ho in mente un film che parli strettamente di questo tema e l’originalità è un aspetto che premia sempre, secondo me. Una certa responsabilità l’ho sentita quando mi sono accorto che la storia che stavamo raccontando passava anche attraverso le interviste a persone (non personaggi) che a NY vivono e lavorano quotidianamente con tantissimi sacrifici e soddisfazioni. Mi sono sentito in dovere di dare dignità e profondità, nel mio piccolo, proprio a tutte quelle persone e a chissà quante altre si sentiranno raccontate e rappresentate da questo film.
New York è un set cinematografico a cielo aperto. C’è un luogo in particolare, perché visto in un film, che volevi visitare?
Come faccio a spiegare razionalmente che in mezzo alle “Streets” e alle “Avenue” di NY io mi aspettavo davvero da un momento all’altro di vedere un uomo in tuta rosso-blu penzolare dalle sue ragnatele e fare capriole e giravolte in aria? Chiunque mi prenderebbe per matto. Ma sono sicuro che non sono l’unico ad aver provato un senso di profonda surrealtà quasi allucinata nel solo passeggiare per la strada. NY non è mai stata una mia meta ideale per un viaggio né avevo posti prefissati da visitare, ma ho scoperto di averla dentro più di quanto mi aspettassi.
Che cos’ha secondo te il cinema americano che manca a quello italiano e viceversa?
Il cinema americano ha il coraggio che spesso manca a quello italiano, ma “il coraggio te lo danno i soldi” come scrisse De Filippo nel capolavoro “Questi fantasmi”, e gli americani hanno sicuramente un welfare cinematografico invidiabile. L’Italia però ha ancora una sensibilità e un modo di raccontare i piccoli enormi drammi personali con un tocco invidiabile. “Non essere cattivo” dell’immenso Caligari (che in quanto a coraggio non era secondo a nessun americano di ieri o di oggi), pur essendo un film di più di 10 anni fa rimane tra i più bei film che abbia mai visto. Forse in Italia dovremmo iniziare a prendere sul serio il cinema e lo spettacolo in generale come negli USA accade da sempre. D’altronde il valore dell’intera filiera del cinema italiano è stimata intorno ai 12 miliardi di euro. Solo delle politiche cieche e indifferenti non ne riconoscerebbero il valore. No?
Un attore o un’attrice americana a cui ti piace ispirarti?
Al Pacino è la più grande ispirazione americana a cui riesco a pensare. È impossibile rimanere indifferenti alle parole di questo attore illuminante ogni qualvolta parla di recitazione. Lo consiglio a chiunque passi un periodo difficile della propria vita perché ne riceve un’ondata di energia e vitalità preziosissime.
Il tuo film americano preferito?
Nomen omen, è da sempre “American Beauty” con un immenso Kevin Spacey e una straordinaria Annette Bening guidati dal delicatissimo Sam Mendes. Un film che mi fa piangere sempre, che mi fa ridere sempre, che mi fa sentire la scarica di vitalità che tutti i grandi film riescono a trasmettere.
Che ne pensi del sogno americano? Secondo te esiste ancora?
Il sogno americano esiste ancora nella misura in cui continueranno ad esserci risorse negli USA nemmeno lontanamente paragonabili a quelle, non dico italiane, ma europee. Credo nei grandi sogni, altrimenti non avrei dato così tanto alla recitazione; non credo nei sogni “in grande”, perché non credo nel valore della quantità. Un grande sogno è tale solo se chi lo custodisce ha veramente voglia di prendersene cura, e non c’è nulla di male se ci si accorge che in quel sogno magari non ci si crede più. Anche di questo tema a me molto a cuore siamo riusciti a parlare in questo film.
L’insegnamento più prezioso che hai tratto da New York? Da un punto di vista professionale ma anche personale…
Direi che si potrebbe riassumere con “Ricordati che non sei da solo”. NY me l’ha ricordato ogni momento di ogni singolo giorno in cui ci sono stato. Da attore spesso cadi nella solitudine del tuo personaggio e del tuo processo interpretativo, ma è una bugia: anche nelle scene da solo devi ricordarti di star raccontando qualcosa. Anche da essere umano spesso cadi nella solitudine del tuo personaggio, magari facendo cose che non ti va davvero di fare, tradendo te stesso e arrivando ben presto all’infelicità. Ecco, l’altro ti salva sempre. Sia da attore che da uomo. Siamo qui. Siamo insieme. In questa Grande Mela che è il mondo.
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