Siamo stati all’Istituto Italiano di Cultura di New York, dove il 30 marzo scorso si è svolta la presentazione del docufilm “Operazione Batiscafo Trieste” di Massimiliano Finazzer Flory. Sotto la guida del direttore Pagliara, l’intervista a Finazzer Flory ha svelato le molteplici sfaccettature di un’impresa che, a oltre sessant’anni di distanza, continua a ispirare e a far riflettere.
Il documentario non è solo la cronaca della ricostruzione fedele del batiscafo che nel 1960 raggiunse la profondità record di 10.916 metri nella Fossa delle Marianne, ma un vero e proprio omaggio all’ingegno italiano e allo spirito pionieristico. Finazzer Flory ha sottolineato come il Trieste, “invenzione svizzera e ingegno italiano”, abbia rappresentato un “record non solo del mondo ma per il mondo”, un’impresa che ha ridefinito i limiti dell’esplorazione umana.
Dalla discussione è emerso il contesto unico in cui nacque il progetto: la Trieste del dopoguerra (1948-1953), un “territorio libero” nel mezzo della Guerra Fredda, descritto come un “laboratorio per la scienza e per la pace”. Un’epoca in cui la scienza era sinonimo di cooperazione, in netto contrasto con la competizione che avrebbe caratterizzato gli anni successivi al 1960. I pionieri, come i Piccard, sono stati celebrati come coloro che osarono uscire dalla propria “zona di comfort” per immaginare e costruire un mondo nuovo.
E poi il ruolo del batiscafo nella salvaguardia ambientale: l’impresa del Trieste ha contribuito in modo determinante a scongiurare l’idea, allora diffusa tra i governi, di utilizzare i fondali oceanici come discarica per le scorie nucleari, in quanto erroneamente creduti privi di forme di vita acquatiche. La scoperta di vita a quelle profondità estreme ha dimostrato invece che l’oceano non era un ambiente “morto”, ma un ecosistema vibrante da proteggere.
Ma l’impresa del Trieste non fu certo priva di pericoli: la discesa durò circa 7 ore e 55 minuti e fu estremamente rischiosa: raggiunti gli 8.000 emetri di profondità la struttura dovette misurarsi infatti con una crepa dovuta all’alta pressione, che per fortuna non portò a conseguenze gravi. Il paragone è andato subito alla più recente tragedia del sottomarino Titan, e questo ci racconta anche come, nonostante la tecnologia moderna, le profondità oceaniche continuino ad essere ambienti implacabili.
Oltre questo, il Trieste si lega anche all’America, e questo legame è stato un po’ il filo conduttore della serata: dopo il successo della missione, il batiscafo fu acquisito dalla Marina degli Stati Uniti per scopi di ricerca e il tenente Donald Walsh fu il co-pilota dell’immersione record. La sua conservazione al Museo Navale della Marina Americana a Washington, dove è possibile visitarlo ancora oggi, e la copertura mediatica di “Life” magazine, che portò la storia a milioni di americani, testimoniano il profondo impatto che l’impresa ebbe oltreoceano. La stessa presentazione a New York, con un pubblico attento e partecipe, ha ribadito la risonanza transatlantica di questa straordinaria avventura.
Il docufilm di Finazzer Flory, con la sua sapiente alternanza di bianco e nero e colore per fondere memoria e immaginazione , non si limita a raccontare il passato. Trasforma il batiscafo da strumento scientifico a “capolavoro di design” e opera d’arte esposta in un museo, un simbolo di cooperazione tra arte, scienza e cultura.
L’articolo Il Batiscafo Trieste a New York: un viaggio tra storia, scienza e memoria proviene da IlNewyorkese.





