Francesco Facchinetti e la nuova vita da agente, tra calcio e spettacolo: “A novembre porterò i Pooh in America”

Francesco Facchinetti è intervenuto ai microfoni de ilNewyorkese nel podcast Ritratti di Claudio Brachino, raccontando un percorso personale e professionale che attraversa mondi diversi – dallo spettacolo al calcio, fino all’imprenditoria internazionale – ma che conserva una coerenza profonda: la capacità di reinventarsi senza perdere la propria spinta visionaria. Il suo legame con l’America, nato nell’immaginario degli anni Ottanta, resta oggi un motore concreto del suo lavoro.

«L’occhio di un figlio degli anni Ottanta verso l’America non può che essere quello di un sognatore», ha spiegato, evocando un immaginario costruito tra cinema e televisione. «Per noi cresciuti con Ghostbusters, I Goonies, Back to the Future, l’America è sempre stata il luogo dove realizzare qualcosa».

Un sogno che si è trasformato in esperienza diretta: «La prima volta ci sono andato a vent’anni e lì ho capito che la stessa idea, pensata a New York, ha un’amplificazione più grande».

Da allora, soggiorni lunghi e progettualità concrete: «A New York ho iniziato a sviluppare idee, anche per l’Italia, ma con una potenza diversa».

Oggi gli Stati Uniti restano centrali anche sul piano professionale. È un agente di successo, sia in ambito sportivo che nel mondo dello spettacolo: «I prossimi mesi sono importanti: ci sono i Mondiali, che per noi procuratori rappresentano un momento centrale, e a novembre porterò i Pooh in tour sulla East Coast, tra Stati Uniti e Canada. Sono progetti che mi permettono di continuare a sognare».

E poi il lato più intimo del rapporto con una città iconica degli Stati Uniti, New York: «La cosa che amo di più è camminare. Metti le cuffie, ascolti Frank Sinatra, parti da Central Park e scendi fino a Union Square. Intanto pensi, immagini, sviluppi idee».

Proprio Sinatra e “My Way” rappresentano una chiave di lettura del suo percorso. «È la tua strada», ha detto, spiegando come quella filosofia lo abbia accompagnato nelle sue trasformazioni. «Nella mia vita ho sempre cercato di fare le cose a modo mio, anche cambiando pelle quando serviva».

Un cambiamento che lo ha portato anche nel mondo del calcio, dove oggi opera come procuratore con licenza FIFA. «È un ambiente estremamente regolamentato. Devi studiare un manuale di circa 700 pagine in inglese, sostenere un esame e solo dopo puoi rappresentare i giocatori. È molto diverso dal mondo dello spettacolo, dove invece non esiste una licenza per fare il manager. Nel calcio sì: devi essere abilitato per poter andare, per esempio, al Chelsea o all’Arsenal e proporre un giocatore. È un po’ come essere un broker finanziario».

Soprattutto, il mondo del calcio, a differenza di quello dello spettacolo, è un mondo dove conta molto la discrezione: «Nel calcio meno parli, meglio è». Un concetto appreso sul campo: «La prima operazione importante che ho fatto, l’intermediazione di Gallagher dal Chelsea all’Atletico Madrid, l’ho raccontata con entusiasmo. Ho pubblicato una foto sui social e si è scatenato il caos: invidie, problemi, regolamenti. Da lì ho capito: meno parli, meglio lavori».

All’interno della struttura internazionale Epic Sports, fondata da Ali Barat, Facchinetti lavora su operazioni di alto livello ma con una filosofia precisa: «Less is more. Meno giocatori, ma lavorati meglio». Il suo focus è sui giovani italiani: «Abbiamo ragazzi nelle nazionali Under 17, Under 18, Under 19. Il mio obiettivo è dar loro un percorso di crescita vero».

Ed è proprio sui giovani che arriva una delle riflessioni più nette. «Il problema non è tecnico o tattico. È la resilienza. Un ragazzo svedese, croato o senegalese ha più capacità di soffrire». Secondo Facchinetti, il contesto italiano troppo protetto penalizza la crescita: «Vai a giocare a Leeds, dove piove sempre e c’è nebbia. Il giocatore straniero non ci pensa, il nostro fatica di più». Da qui la necessità di un cambio culturale: «Dobbiamo insegnare ai ragazzi a resistere, a crescere attraverso le difficoltà».

Anche il sistema dei settori giovanili finisce sotto la sua lente critica. «Il problema è che si vuole vincere, ma non è quella la priorità. La priorità è far crescere i giocatori. Oggi manca tecnica. Gli attaccanti non sanno più proteggere il pallone, i difensori non sanno marcare, perché non glielo insegna più nessuno».

C’è un dato è emblematico: «Su 100 giocatori dell’Under 20, solo uno arriva in Serie A. È un sistema che va ripensato». In questo quadro, anche le famiglie hanno un ruolo decisivo: «I genitori devono fidarsi e affidarsi ai professionisti. Se tuo figlio ha un problema di salute vai dal miglior medico, perché nel calcio pensi di saperne più degli allenatori o dei direttori sportivi?».

Dal calcio al mondo dello spettacolo e dei media, dove il cambiamento rispetto al passato appare altrettanto radicale. «Oggi un talento ha il suo broadcast. Chi nasce nel digitale ha già la sua televisione, il suo network personale».

Una rivoluzione che ha ribaltato i rapporti di forza: «Noi non potevamo dire di no alla TV. Oggi i talenti possono farlo, perché guadagnano di più con il digitale». Ma la televisione resta un terreno complesso: «In alcuni casi rischia di smascherare quella magia che nel digitale funziona meglio».

Un esempio concreto è quello degli influencer: «Nel digitale costruisci la tua narrazione. In televisione sei esposto». Per questo molti scelgono con cautela: «La televisione prende più di quanto ti dà, se non sai usarla».

Secondo Francesco Facchinetti «la TV si concentrerà sempre più sui grandi eventi, Sanremo, i Mondiali, gli eventi globali. Il web invece ha acquisito una percezione di verità molto forte, forse anche troppo. Oggi, se vedo un prodotto promosso da un influencer, mi fido più che di uno spot televisivo. Questo è il cambiamento».

Infine, lo spazio personale. «Non mi sono mai sentito un artista. Mi sono sempre sentito uno che fa cose». Oggi il suo ruolo è cambiato: «Sono più backstage che on stage». Una scelta consapevole: «Utilizzo la mia presenza solo quando può servire a supportare i talenti con cui lavoro. Se esponendomi in prima persona posso essere utile in un progetto, lo faccio. Altrimenti preferisco lavorare dietro le quinte».

Un percorso che racconta una trasformazione continua, ma anche una coerenza profonda: «Ho sempre cercato di fare le cose a modo mio».

E forse è proprio questa la cifra di Francesco Facchinetti: la capacità di attraversare mondi diversi senza smettere di immaginare il prossimo.

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