Abbiamo incontrato Francesco Costa a Faenza, durante il Festival del Post, il riuscitissimo appuntamento organizzato dal giornale di cui è direttore, e siamo finiti quasi subito a parlare d’America. Di Chicago, in particolare, e di una cosa piccola: il gusto di un gelato che Costa cita in uno dei suoi video sulla città e che avevo assaggiato anch’io qualche settimana prima. Un dettaglio quasi irrilevante rispetto ai temi che attraversano il suo ultimo libro, ma chi lo segue da tempo sa che spesso il suo racconto degli Stati Uniti parte proprio da lì: da una strada, un cibo, un’abitudine, qualcosa di concreto che aiuta a leggere il resto. Da anni Costa attraversa l’America e la racconta agli italiani attraverso articoli, podcast, newsletter e libri. In Come se ne esce. Il mondo dopo Donald Trump prova a guardare oltre Trump: a capire che cosa abbia reso possibile questa stagione politica, che cosa sia destinato a restare e dove possano già vedersi segnali di cambiamento. È da qui che siamo ripartiti.
Racconti gli Stati Uniti da più di dieci anni e questo libro arriva dopo Questa è l’America, California e Frontiera. In tutto questo tempo è cambiata di più l’America o è cambiato il tuo modo di guardarla?
Beh, sono cambiate tutte e due. Con Questa è l’America volevo spiegare che gli Stati Uniti sono moltissimi posti diversi e che molto di quello che crediamo di sapere viene da film, serie tv e luoghi comuni. Nel frattempo i problemi americani sono diventati globali: pensa alla crisi abitativa, alle infrastrutture incompiute e alla rigidità ideologica di “California”. Ora vado negli Stati Uniti anche per capire cosa succederà a noi, e ho perso qualche certezza sulla capacità del loro sistema di correggersi.
Una delle idee centrali del libro è che Trump sia più il risultato di una crisi precedente che la sua origine. Qual è l’aspetto di questa crisi che, secondo te, continuiamo più spesso a semplificare o a fraintendere?
Che l’America si divida oggi fra trumpisti e anti-Trump. Che si possano infilare a forza 340 milioni di persone dentro le caricature distorte che ne fanno i partiti e i media. Invece una larga parte di chi ha votato Trump nel 2024 era molto scettica sullo stesso Trump e non lo vedeva certo come un messia. Ma escludeva in ogni caso di votare Kamala Harris, per ragioni precise e non tutte nazionali: la pessima qualità dei governi che esprimono i Democratici a livello locale, per esempio.
Nel libro scrivi che è difficile proteggere una democrazia quando smette di produrre risultati soddisfacenti per le persone. Ma se la sfiducia è ormai così profonda, tornare a produrre risultati può bastare davvero a ricostruirla?
Non conosco altre strade. Ma non è una questione di ottimismo della volontà, lo vediamo già accadere. Nel libro racconto di quando nel 2023 è crollato un pezzo della I-95 a Philadelphia e l’hanno riaperta in dodici giorni, lanciando la popolarità del governatore. Il sindaco di New York sta ricostruendo un rapporto con la città concentrandosi ossessivamente sui risultati e sulla qualità della vita. E sull’immigrazione oggi sappiamo bene che gli americani non vogliono il caos dell’amministrazione Biden ma nemmeno la crudeltà dell’amministrazione Trump.
Nel tuo viaggio racconti luoghi e persone che stanno già provando strade diverse. Come capisci se un’esperienza può funzionare anche altrove o se, invece, funziona soltanto in quel particolare contesto?
Quando quelle storie risuonano anche fuori dalla comunità in cui avvengono. Sono tantissime. La questione dell’immigrazione da tempo non riguarda più solo il confine. Le grandi città statunitensi sono quasi tutte governate dai Democratici e hanno quasi tutte gli stessi problemi. Le questioni culturali investono le università e da lì tutto il paese. La corruzione è una questione nazionale. Tutta la politica è sempre locale e nazionale insieme, oggi più che mai che le persone costruiscono la loro visione del mondo a partire da cosa vedono sui loro schermi.
A New York racconti Zohran Mamdani e il suo tentativo di tenere insieme radicalità e pragmatismo. Dove finisce la capacità di ascoltare e cambiare e dove comincia, invece, la semplice rincorsa di ciò che è più popolare?
Ti direi che se qualcosa è popolare un politico avrebbe almeno il dovere di chiedersi perché lo sia, e capire se può dare una risposta a quel sentimento o a quella richiesta. Altrimenti chi si vuole rappresentare? L’idea dell’impopolarità come ingrediente necessario di una vera politica di sinistra – pensa alla famigerata frase di Moretti sulla goduria di essere minoranza – ha relegato nell’irrilevanza e nel narcisismo qualche generazione di politici e attivisti progressisti.
Il sottotitolo del libro è Il mondo dopo Donald Trump. Che cosa di questi anni pensi sia destinato a restare anche quando Trump non sarà più alla Casa Bianca?
Almeno tre cose. La realizzazione che un presidente può fare da solo molto più di quanto si pensasse. I tribunali hanno arginato Trump su molte questioni, ma su tante altre lo hanno autorizzato legalmente ad agire: è una constatazione che spero tolga anche qualche alibi e pigrizia ai futuri presidenti Democratici, che spesso al potere cincischiano. Secondo: la fine per gli Stati Uniti delle alleanze e delle relazioni costruite sulla fiducia reciproca. La parola degli americani oggi vale molto meno di prima e tutti sanno che ogni accordo può essere stracciato. Terzo, di conseguenza: in un gran pezzo di mondo il soft power americano deve ripartire da zero o quasi.
ilNewyorkese parla a molti italiani e italoamericani che vivono negli Stati Uniti. C’è qualcosa dell’America che, secondo te, chi la osserva da fuori tende a non capire fino in fondo? E qualcosa che invece chi qui ci vive ogni giorno finisce per non vedere più o per dare per scontato?
Da fuori non si capisce quanto la politica statunitense sia politica locale: a San Francisco non si costruiscono le case per via di quello che accade alle riunioni di quartiere, mica delle decisioni del presidente. Gli americani decidono chi votare anche quando trovano i deodoranti sotto chiave da Target. Il diritto all’aborto dipende dalle decisioni dei singoli stati. E mettere il Maine e la Louisiana nello stesso calderone – sono americani, no? – è un po’ come dire che tra Grecia e Svezia non ci sono poi così tante differenze. Chi vive negli Stati Uniti, ma questo vale un po’ per chi vive ovunque, a volte è così impegnato ad andare avanti con la sua vita che dimentica di guardarsi intorno e capire meglio cosa gli succede. Quando lo fa, lo fa attraverso le cose che gli propone l’algoritmo.
Apri il libro con una citazione molto lucida di Antonio Gramsci: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. C’è un segnale che, secondo te, ci dice che questo interregno è vicino alla fine e che qualcosa di nuovo ha cominciato a gemmare?
Devo rispondere con prudenza, anche perché quando Gramsci scrisse quella frase poi le cose peggiorarono ancora per un bel pezzo. Per far nascere il mondo nuovo serve che ce ne siano le condizioni politiche. Per scrivere regole nuove, per fare cose ambiziose e creative, come abbiamo fatto dopo il 1945. Solo che all’epoca per trovare quelle condizioni dovemmo passare da un conflitto mondiale da oltre 60 milioni di morti. L’obiettivo della nostra generazione dovrebbe essere farcela senza passare attraverso lo stesso shock. Anche perché di shock ne stiamo già vivendo parecchi.
L’articolo Francesco Costa e il suo <i>Come se ne esce</i>: che America sarà dopo Donald Trump? proviene da IlNewyorkese.





