Contro l’Odio

La cronaca fa il suo corso, le inchieste giudiziarie e giornalistiche pure. Presto e nel tempo sapremo particolari su particolari riguardo al tentativo di uccidere Donald Trump alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca a Washington.

L’attentatore, Cole Tomas Allen, 31 anni, californiano, definito dalla sorella un progressista estremista su posizioni molto radicali, già è alle prese con la giustizia americana. Colpisce l’ossimoro con cui si è definito, un assassino gentile, come se il dare la morte potesse coniugarsi con una categoria dell’anima che è l’esatto contrario, ovvero quella che rispetta la vita con sensibilità.

Ma andiamo oltre. La nostra è una riflessione sull’odio in politica. Meglio sull’odio nel discorso pubblico. Già per l’omicidio Kirk, l’influencer di destra ucciso a colpi di fucile durante un dibattito universitario, avevamo detto del paradosso della parola. Al suo massimo livello quando innesca il cuore della dialettica, al suo livello più pericoloso quando diventa la parte simbolica di un’azione.

I vecchi cronisti di mafia mi raccontavano che Cosa Nostra, al culmine del potere, uccideva prima nell’immagine che nel corpo. Ma torniamo alla patria della democrazia, l’America, lì dove è nata la prima Costituzione moderna, la prima in cui vengono cristallizzate le regole auree della libertà occidentale.

L’America, patria anche delle grandi rivoluzioni culturali e politiche. Un Paese però grande, complesso, federale e dunque composto da tante antropologie. Il Paese del grande giornalismo d’inchiesta, la luce che consuma l’ombra, che riduce l’occulto. Eppure il Paese dei misteri, dei complotti veri o presunti.

Quante puntate ho fatto del mio Top Secret sulla morte di Kennedy a Dallas, quante teorie, quante versioni? Anche per gli spari della cena di Washington qualcuno gioca sul complotto interno, diciamo autogestito, ma in questi casi ci vogliono prove vere per non finire nel circuito intellettualistico di una realtà inventata. Per non cadere nel ridicolo o nell’assenza di credibilità.

Nella realtà reale invece divampano le polemiche sul Secret Service, quelli che un tempo sarebbero stati i pretoriani dell’imperatore. Hanno salvato il presidente, ma hanno permesso a chi voleva uccidere di avvicinarsi troppo, troppi pochi controlli. Ma anche questo capitolo lo lascerei alla cronaca, magari politica, leggi e norme sulla sicurezza.

Rimane alla fine il punto di inizio: l’odio. Voler annientare l’avversario, chi non la pensa come te. Cancel culture, alla lettera. E pensare che si tratta di un fenomeno più di casa nel mondo dei democratici a stelle e strisce che nel pur complesso atteggiamento grammaticale-politico di Trump.

Che è già sfuggito, lo ricordo, a un attentato nel 2024 in Pennsylvania durante la campagna elettorale. Lì il proiettile lambì l’orecchio e anche lì un grande giallista come Don Winslow parlò di pomodoro al posto del sangue, come si tirò in ballo un regista del calibro di Kubrick tanti anni fa per lo sbarco (in quella teoria falso) sulla Luna.

Invece io penso che Trump, come tutti i politici che hanno un grande carisma (ha vinto due volte le presidenziali), incida sull’opinione pubblica fortemente ma che sia netto, divisivo con chi non è d’accordo con lui. Anche questa è una libertà e stimola ovviamente la libertà di criticarlo. Ma non quella di abbatterlo fisicamente.

Quella non è più libertà, è il dibattito pubblico che diventa violenza. O meglio odio. Lupo solitario o lupo in branco poco importa. È dall’odio che ci dobbiamo difendere. Solidarietà presidente.

L’articolo Contro l’Odio proviene da IlNewyorkese.

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