Nel calendario del running internazionale, la Maratona di Boston resta un passaggio distinto: per storia, per selezione, per caratteristiche tecniche del tracciato. È qui che Lisa Migliorini, The Fashion Jogger, ha completato il circuito delle Abbott World Marathon Majors, chiudendo un percorso costruito attraverso contesti molto diversi tra loro, da Tokyo a New York, che richiedono adattamento, gestione e continuità. Al termine della sua prova a Boston, abbiamo incontrato Lisa Migliorini per fare il punto su questo traguardo e sul percorso che lo ha reso possibile, tra esperienza in gara, evoluzione personale e il ruolo sempre più centrale della corsa anche nella dimensione pubblica.
Cominciamo dalla fine: Boston è stata la tua sesta Major. Che significato ha per te aver chiuso questo percorso?
Boston come sesta Major ha un valore simbolico forte: chiude un cerchio che richiede anni di costanza, pianificazione e anche resilienza mentale. Non è solo una medaglia in più, ma la conferma di aver costruito qualcosa nel tempo, passo dopo passo. È un percorso che fa crescere, dopo ogni gara non sei più il runner che eri in partenza.
Se guardi a tutte e sei le maratone insieme, lo vivi più come un punto di arrivo o come l’inizio di una nuova fase?
Più che un punto di arrivo, lo vivo come un grande traguardo che mi motiva ancor di più verso nuovi progetti. Continuerò a correre maratone e sicuramente ricorrerò anche le stesse gare, ma avendole già corse mi permette di affrontarle in una modalità differente: con più consapevolezza, senza pressione e lavorando alle difficoltà di ciascuna.
Boston è spesso considerata una gara selettiva: quanto incidono davvero il percorso e le condizioni nella gestione della corsa?
A Boston percorso e condizioni incidono tantissimo. È una gara che non “regala” nulla: saliscendi continui, il tratto di Heartbreak Hill, e spesso meteo imprevedibile. Serve gestione intelligente dello sforzo, più che inseguire un ritmo rigido.
Tra le sei Majors, quali differenze tecniche e mentali ti hanno richiesto i maggiori adattamenti?
Ogni Major ha richiesto adattamenti diversi. New York e Boston sono più tecniche e muscolari, Berlino è più veloce e mentale nella gestione del ritmo, Chicago è regolare ma può mettere alla prova sul piano climatico. Tokyo e Londra richiedono anche una grande capacità di gestione logistica e mentale in contesti molto diversi tra loro. Sicuramente, da europea, il jet lag è da tenere in considerazione e gioca un ruolo fondamentale sia nella pianificazione del viaggio, sia nella performance della gara.
In un progetto costruito nel tempo, quanto conta la pianificazione rispetto alla capacità di adattarsi gara dopo gara?
La pianificazione è fondamentale perché ti dà una struttura, ma la capacità di adattarti è ciò che fa davvero la differenza. Allenamenti, condizioni fisiche, meteo, imprevisti, jet lag: chi riesce a leggere e modificare il piano in corsa ha un vantaggio enorme. In ogni caso, l’importante per un amatore è divertirsi e godersi ogni passo della gara, perché è un esperienza incredibile e correndo si esplora tutto il mondo. Per questo è importante controllare il controllabile, ma accettare gli imprevisti e partire serenamente.
C’è una maratona, tra le sei, che consideri più formativa nel tuo percorso? Perché?
Tutte le maratone mi hanno insegnato qualcosa, ma le più formative sono state New York (la mia prima maratona) e Boston (l’ultima). New York mi ha insegnato a non partire troppo forte e che la gara arriva dopo il 30esimo km. Era la mia prima è presa dall’entusiasmo sono partita troppo forte, poi dopo il 30esimo km l’ho pagata. Boston invece mi ha insegnato a distribuire bene lo sforzo per evitare brutte esperienze dopo il 35esimo km.
Il tuo percorso sportivo si intreccia con una presenza digitale consolidata: quando hai capito che la corsa poteva diventare anche un linguaggio pubblico?
Ho capito che la corsa poteva diventare un linguaggio pubblico dalla nascita di The Fashion Jogger. Fin da subito ho visto che le esperienze personali, allenamenti, difficoltà, progressi, gare e consigli risuonavano anche negli altri ed è stata una gioia immensa. Io motivo quotidianamente la mia grande community di runners, e loro motivano me.
Come è cambiato nel tempo il modo di raccontare la corsa sui social?
Il racconto della corsa sui social è cambiato molto: all’inizio quando ho iniziato The Fashion Jogger non c’erano i video (Reels) ma foto, quindi l’essenza della corsa era un po’ più intrappolata, invece con l’introduzione dei Reels ho trovato il modo perfetto per raccontare la corsa in tutte le sue sfaccettature. Da sempre però sono originale e trasparente con la mia community. Condivido tutti i miei allenamenti e le mie gare e questo dà molta fiducia.
Che tipo di responsabilità senti nel parlare a una community ampia, soprattutto verso chi si avvicina per la prima volta allo sport?
La responsabilità è reale, soprattutto verso chi inizia. Cerco di trasmettere un’idea di corsa sostenibile, lontana dagli estremi, dove il progresso è graduale e l’ascolto del proprio corpo è centrale. L’importante è amare ciò che si fa e andare step by step. La costanza è la chiave e i risultati arrivano.
Guardando avanti: dopo le Six Majors, quali saranno i prossimi obiettivi e su cosa pensi si giocherà l’evoluzione della corsa?
Dopo le Six Majors, gli obiettivi possono essere diversi: migliorare il tempo, esplorare distanze diverse, oppure lavorare su progetti più personali e narrativi. L’evoluzione della corsa, per me, si giocherà sempre di più sull’equilibrio tra performance e significato.
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