A New York il vino non fa la spesa

Se in molti stati americani è perfettamente normale infilare una bottiglia di Chardonnay tra i cereali integrali e il latte di mandorla, nello Stato di New York quel gesto quotidiano assume un retrogusto giuridico. Non drammatico, certo. Ma regolamentato sì. Qui il vino non abita sotto le luci al neon della grande distribuzione: vive in un universo parallelo fatto di insegne discrete, campanelli sulla porta e scaffali raccontati a voce.

Ma la domanda resta irresistibile: perché a New York non si vende vino al supermercato? La risposta breve è normativa. Quella lunga è un piccolo romanzo americano fatto di Proibizionismo, compromessi politici e tutela del piccolo commercio.

Nel 1933, con il 21° Emendamento, gli Stati Uniti archiviano ufficialmente la stagione del proibizionismo e consegnano ai singoli stati il potere di regolamentare l’alcol. È lì che nasce il grande mosaico normativo americano: 50 approcci diversi, 50 filosofie diverse, 50 modi di decidere dove debba vivere una bottiglia.

New York sceglie un modello restrittivo e strutturato. Nel sistema newyorkese, vino e superalcolici possono essere venduti al dettaglio solo nei liquor store con licenza “off-premise”. I supermercati possono vendere birra e sidro. Il vino, no. E non è solo una questione di scaffali. È una questione di architettura legale. A New York, in linea generale, un soggetto può detenere una sola retail liquor license. Tradotto: le grandi catene della GDO non possono disseminare wine shop integrati sotto lo stesso marchio con la stessa facilità con cui aprono reparti biologici. È una barriera strutturale che di fatto mantiene il mercato frammentato.

Per esempio, in California, patria di Napa e Sonoma, il vino al supermercato non è un tabù ma una conseguenza logica. Vino, birra e spirits convivono tra avocado e kombucha. La sacralità, se c’è, non dipende dalla collocazione fisica ma dalla qualità della bottiglia. Il mercato è aperto, competitivo, integrato.

In Texas, la situazione è un esercizio di pragmatismo regolamentato. Il vino si vende nei supermercati. Gli spirits no: quelli restano confinati ai liquor store. Esistono ancora contee “dry” e “wet”, retaggio di un passato più severo, ma il consumatore medio può acquistare una bottiglia insieme alla salsa barbecue senza dover cambiare parcheggio.

In Florida, l’approccio è solare quanto il clima. Vino e birra sono disponibili nei supermercati; gli spirits devono essere in uno spazio separato ma spesso adiacente. Qui la bottiglia è un bene di consumo fluido, turistico, dinamico. Più infradito per tutti e meno regole.

Invece a New York, la bottiglia resta distinta. Non sacra, ma separata. È importante chiarirlo: la legge non dice esplicitamente “proteggiamo i piccoli wine shop”. Non esiste una dichiarazione ufficiale con questo slogan inciso sopra. La struttura del sistema con limiti di licenza, divieto per i supermercati e controllo sulla proprietà ha un effetto evidente: favorisce un ecosistema di retailer indipendenti.

E quell’ecosistema esiste davvero. La città è costellata di enoteche di quartiere, boutique del vino naturale a Brooklyn, micro-templi borgognoni a Manhattan, negozi che sembrano biblioteche rare più che punti vendita. Il supermercato lavora sui volumi e sui margini compressi; il wine shop lavora sulla selezione, sulla consulenza, sulla conversazione. Se il vino entrasse massicciamente nella GDO, il terreno competitivo cambierebbe radicalmente.

Scomodità per il consumatore? Forse. Protezione indiretta del piccolo imprenditore? Di fatto, sì.

In California e Florida il vino è integrato nella spesa quotidiana: sta accanto alle fragole biologiche e ai detersivi eco-friendly senza che nessuno si ponga dilemmi esistenziali. A New York, invece, comprare vino implica una micro-deviazione. Una tappa dedicata. Un gesto separato. Non è un sacramento. Ma è un segnale.

Il sistema newyorkese riflette un’idea di controllo e regolamentazione attenta, eredità storica di un paese che ha conosciuto l’estremo opposto: il divieto assoluto. È una struttura che tiene insieme prudenza istituzionale e frammentazione commerciale. E così la bottiglia diventa una domanda culturale travestita da norma amministrativa: è un bene come un altro? O è un settore che merita una corsia tutta sua? Per ora, nello Stato di New York, la risposta è chiara: il vino non vive vicino ai cereali o al cream cheese.

È importante ricordare che nel labirinto normativo americano nulla è immutabile. Un giorno potrebbe comparire tra il reparto bio e quello gluten free. E allora sì che il dibattito si accenderà più di un Cabernet al 15%.

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