Emiliano Ponzi e il fiore meccanico nato sulle colline toscane

Sulla sommità di una collina a Peccioli, in Toscana, è stata inaugurata Breath, una scultura cinetica permanente alta dieci metri dell’artista Emiliano Ponzi. L’opera, realizzata in acciaio satinato, ha al suo interno un fiore meccanico che si apre all’alba e si richiude al tramonto. Attorno, una serie di elementi metallici ruota continuamente, riflettendo la luce, il cielo, il vento e il paesaggio.

Breath è stata sviluppata insieme all’experiential designer Dario Spinelli, curata da Cristiano Seganfreddo, editor di Flash Art, ed è entrata nella collezione del MACCA, il Museo a Cielo Aperto di Peccioli. Peccioli è un piccolo comune toscano che negli anni ha usato anche le risorse generate dal proprio sistema di gestione dei rifiuti per finanziare arte pubblica, architettura e progetti culturali diffusi sul territorio.

Ponzi, conosciuto soprattutto per il suo lavoro di illustratore e visual artist, ha collaborato con realtà  e marchi internazionali e negli ultimi anni ha allargato la sua pratica a installazioni, pittura, scultura e progetti nello spazio. Con lui abbiamo parlato di Breath, del rapporto tra arte e paesaggio, del modello Peccioli e di cosa succede quando un’opera lascia lo studio dell’artista e diventa parte della vita quotidiana di un luogo.

Partiamo da Breath. Prima ancora dell’opera, però, c’è Peccioli. Che cosa bisogna sapere per capire questo progetto?

Io partirei proprio dal luogo, perché senza quel contesto la storia non comincia davvero. Peccioli è riuscita a costruire un sistema, il cosiddetto Sistema Peccioli, legato anche alla società Belvedere, di cui molti cittadini sono soci. Gli utili vengono reinvestiti nel territorio, sia nei servizi ai cittadini sia nell’arte.

Da lì nasce anche il MACCA, il Museo a Cielo Aperto di Peccioli, di cui Breath fa parte. È una cosa importante da dire, perché parliamo di uno dei musei a cielo aperto più importanti d’Europa. Per l’inaugurazione avevamo invitato anche l’executive director di Storm King, nello Stato di New York, che è un museo a cielo aperto gigantesco, dove puoi girare anche in bicicletta. Peccioli è un’altra cosa, è più piccola, chiaramente, però il parallelismo tra questi due mondi era interessante.

Quindi sì, prima dell’opera c’è questo: una volontà di arricchire il territorio attraverso l’arte, ma anche la disponibilità economica per farlo. Se manca una delle due cose, il gioco non funziona.

Che percorso avete fatto per arrivare alla forma finale dell’opera?

Nasce da una conversazione con il sindaco Renzo Macelloni. Eravamo sul terrazzo del municipio, guardavamo queste colline e ci siamo immaginati che qualcosa potesse stagliarsi sul profilo di una di quelle colline. Due anni e mezzo dopo, quella cosa è successa.

L’abbiamo realizzata con Dario Spinelli, che è experiential designer, e con la curatela di Cristiano Seganfreddo, editor di Flash Art. Siamo partiti dall’idea di costruire un elemento artificiale che rappresentasse un soggetto naturale, ma dentro un ambiente naturale: le colline toscane, l’erba, i fiori, la nebbia del mattino, la foschia, i tramonti.

Mi interessava tenere insieme questi due piani: da una parte un oggetto artificiale, dall’altra il paesaggio. Da un punto di vista estetico e anche concettuale. L’idea era creare un’installazione che fosse in relazione con il paesaggio, ma anche con le persone.

Emiliano Ponzi e Daniele Spinelli accanto all’opera | (BREATH/Andrea Testi)

C’è chi potrebbe guardarla e vedere semplicemente un oggetto di metallo in mezzo alla campagna.

Sì, certo. Ed è un commento lecito. Quando fai un atto comunicativo, che sia un discorso su un palco o un’installazione artistica, devi accettare che un’altra persona possa non capire, oppure possa interpretare a modo suo quello che hai fatto.

Poi il commento social spesso è un commento di pancia. Però bisognerebbe capire il contesto: perché è stata fatta quella cosa, dentro quale sistema, con quale intenzione.

Lo dico anche perché succede pure a me. Entro in una galleria, vedo una cosa che non mi piace e penso: madonna, questa cosa è terribile, non capisco perché sia qui e non in un secchio della spazzatura. Però nello stesso momento mi rendo conto che c’è un’ambivalenza. Da un lato è giusto riconoscere che una cosa ti fa schifo, se ti fa schifo. Dall’altro, se vuoi provare a capire, devi fare un passo verso chi ha fatto quell’atto di comunicazione.

Poi puoi anche fregartene e pensare che sia brutto. Nel novanta per cento dei casi lo faccio anch’io. Però almeno sai che esiste anche l’altro passaggio.

Il meccanismo principale dell’opera è un fiore che si apre all’alba e si chiude al tramonto. Però non è messo subito davanti agli occhi. È quasi nascosto. Perché?

Da un lato c’è la ragione per cui l’abbiamo fatta: creare un artefatto che rappresentasse la natura. Sembra una contraddizione, perché stai guardando un fiore gigante di metallo, ingombrante, pesante, fatto di tanti quintali di acciaio, che riflette la luce. Però proprio per contrasto quella rappresentazione artificiale può farti riscoprire la natura vera.

Il fiore è nascosto, o comunque mascherato, da una serie di petali metallici costruiti su una specie di doppia sfera di meridiani. Questi petali girano continuamente e proteggono il fiore. C’è un gioco di vedo e non vedo.

E quella protezione non è solo formale. Rappresenta anche una responsabilità: l’idea che le persone debbano proteggere la natura, o almeno riconoscere che quella protezione è qualcosa che le riguarda.

Dario Spinelli, rispetto alla progettazione, al 3d e a tutti i test virtuali, quanto il risultato finale è stato fedele? Quanto l’esperienza vissuta dai visitatori è stata come immaginata in precedenza?

Dario Spinelli: la progettazione virtuale si è rivelata parte integrante del processo di creazione dell’opera: attraverso una continua iterazione di prototipi digitali siamo stati in grado di dare forma, con grande precisione, alle idee che emergevano, adattandole via via ai limiti della realtà fisica, visualizzando forme che altrimenti avrebbero rischiato di rimanere intangibili. Per questo considero un bel complimento sentirsi dire che i render sono risultati identici al risultato finale.

Per quanto riguarda l’esperienza vissuta, però, la realtà ha superato qualsiasi previsualizzazione: le dimensioni della scultura e il ritmo lento dei suoi movimenti le donano una qualità ipnotica che mi ha stregato già mentre prendeva forma, e che ho visto incantare anche i visitatori.

Anche la scelta dell’acciaio satinato va nella direzione della protezione dell’opera?

Sì, e poi l’acciaio satinato è uno dei pochi materiali, oltre allo specchio puro, che ti restituisce un riflesso. Riflette la luce, ma anche i colori. Quindi c’è anche un aspetto di mimetismo. Se la giornata è grigia, l’opera riflette il grigio del cielo e diventa più mimetica. Se invece c’è una giornata molto luminosa, riflette il sole, il blu del cielo, il verde dell’erba. In qualche modo cambia con quello che ha intorno.

Breath in una vista panoramica | (BREATH/Andrea Testi)

Tu sei conosciuto soprattutto come illustratore, quindi come uno che lavora sulla pagina, sull’immagine, su una forma bidimensionale. Qui invece c’è un’opera alta dieci metri, nel paesaggio. È un passaggio nuovo per te?

Sì, anche se negli anni avevo già iniziato ad aggiungere altri moduli al mio lavoro. Ho partecipato a una collettiva a Shanghai, al K11 Museum, dove c’era un’installazione in cui succedevano delle cose. Poi, sempre a Shanghai, per una mostra personale alla Sunke Villa, ho progettato e fatto realizzare alcune sculture.

Nel 2024 ho realizzato con Accurat e DGI, con cui condivido lo studio, una grande scultura per la Design Week di Milano. Si chiamava Under the Surface, occupava una superficie di circa 400 metri quadrati ed era pensata come un’isola sommersa.

Poi ho fatto anche mostre di pittura, tra il 2023 e il 2024, e negli anni ho scritto libri: sia illustrati, come quello per il MoMA sulla mappa della metropolitana, sia più legati alla scrittura, come un saggio sulla creatività pubblicato da Corraini.

A un certo punto credo che ci siano cose che vuoi dire, ma per dirle hai bisogno di parole diverse, o di codici linguistici diversi. Il linguaggio dell’illustrazione, in certi casi, non basta più. Devi imparare una lingua nuova per comunicare meglio cose che nell’altra lingua non riesci a dire.

Breath però non è un’installazione temporanea. Rimane lì. E rimane in un comune di circa cinquemila abitanti. Che rapporto immagini tra l’opera e le persone che vivono a Peccioli?

Mi auguro che diventi una cosa loro. Peccioli ha circa cinquemila abitanti, ma ha anche molti visitatori ogni anno, persone che arrivano per vedere le opere e le installazioni. Però il punto, per me, è che noi l’abbiamo lasciata lì. Da quel momento non appartiene più a noi, appartiene a loro.

Ognuno costruirà un rapporto personale con l’opera. Magari ci sarà un gruppo di ragazzi che si darà appuntamento lì la sera per fumarsi una sigaretta di nascosto. Poi magari non è neanche vero, perché la scultura è illuminata e i genitori li vanno a prendere subito per le orecchie. Però ecco, mi interessa quell’idea: che ognuno trovi un modo suo di starci vicino.

Magari non la chiameranno nemmeno Breath. Magari la chiameranno “il fiore”, o “il cerchio di metallo”, o in un altro modo. E va bene così. Dal nome che le daranno, dall’uso che ne faranno, da come la racconteranno a un amico che arriva da un altro paese, l’opera diventerà qualcosa di loro. Qualche giorno prima dell’inaugurazione abbiamo visto che alcune tortore stavano facendo un nido dentro il fiore. Poi, con tutte le attenzioni del caso, abbiamo dovuto rimuoverlo, perché sarebbe stato pericoloso. Però era un segno molto bello.

In fondo la natura un po’ si riprende le cose. E anche l’abitudine delle persone fa la stessa cosa. Un’opera paesaggistica diventa quello che le persone dicono che è, come la guardano, come la usano, come la raccontano. Noi facciamo le cose, le mettiamo su una barca, le lasciamo andare e poi diventano parte del tutto. Secondo me la parte interessante è proprio quella.

L’articolo Emiliano Ponzi e il fiore meccanico nato sulle colline toscane proviene da IlNewyorkese.

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