Riccardo Chiodini noto come Not my Favorite Artist, è nato a Magenta, in provincia di Milano, e si definisce un romantico sognatore. Creativo multidisciplinare tra arte, moda, design e musica, negli ultimi anni ha costruito il proprio percorso seguendo un’intuizione che lo ha portato lontano dall’Italia fino a New York.
Sei arrivato a New York dall’Italia in un momento in cui moltissimi creativi vedevano ancora la città come una specie di punto d’arrivo. Per te cosa rappresentava davvero?
New York per me è sempre stata un traguardo. Mi sono sempre sentito appartenere a questa città, ancora prima di viverla. Sono cresciuto con il mito di New York: mia madre, che non c’è mai stata, la sognava continuamente. A un certo punto mi sono detto che dovevo arrivarci anch’io. Quando ho chiuso il mio ultimo showroom in Italia ho capito che era il momento. Sono partito senza conoscere nessuno, con pochi soldi e con un obiettivo preciso: costruire connessioni. Fermavo le persone per strada, andavo agli eventi, parlavo con chiunque. Oggi sono qui spesso e volentieri, ho uno studio, i miei progetti e una rete di persone che considero famiglia. La cosa che amo di New York è che ti costringe a guardare sempre più in alto. Mi piace essere circondato da cose che ancora non posso permettermi, perché mi ricordano cosa è possibile. Questa città non mi fa sentire piccolo: mi fa sentire vivo.
C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che l’Italia ti stava diventando stretta?
Più che l’Italia, a un certo punto mi stava stretta la vita che avevo intorno. Fin da piccolo ho avuto la sensazione di guardare le cose in modo diverso. Crescevo in un contesto dove esisteva un percorso già scritto: studiare, trovare un lavoro stabile, seguire una strada definita. Io invece sapevo soprattutto cosa non volevo. Non volevo sentirmi sbagliato perché avevo idee diverse. Col tempo ho capito che non si può pretendere che gli altri comprendano sempre la tua visione. Anzi, spesso le idee più personali vengono capite solo molto dopo. Quando ho smesso di cercare approvazione e ho iniziato a seguire il mio percorso, ho iniziato a stare meglio. Oggi so che il mio posto non è legato a una geografia precisa, ma alla possibilità di continuare a crescere e sperimentare.
Molti artisti italiani che si trasferiscono a New York raccontano di aver scoperto qui una libertà diversa, ma anche una precarietà molto più forte. Tu come hai vissuto questo equilibrio tra entusiasmo e instabilità?
Per me la libertà è arrivata nel momento in cui ho smesso di avere paura del giudizio. New York ti insegna una cosa molto semplice: fai quello che devi fare e vai avanti. Tutto corre velocemente. Oggi fai un evento, domani nessuno ne parla più. E questa è una liberazione. Anche l’instabilità non mi ha mai spaventato. Quando sono arrivato qui ero disposto a tutto. Durante il mio primo viaggio ho persino vissuto una settimana in macchina per risparmiare soldi e continuare a inseguire i miei obiettivi. Non lo considero un sacrificio, ma parte dell’esperienza. Credo che molte persone abbiano paura di uscire dalla propria zona di comfort. Io invece ho sempre pensato che, se un sogno è davvero importante, devi essere disposto ad affrontare anche le situazioni più scomode. La vita è fatta di punti di vista: quello che per qualcuno è una difficoltà, per qualcun altro è un’opportunità.
Ci sono artisti che senti particolarmente vicini al tuo modo di costruire immagini?
Il mio artista preferito è Salvador Dalí. Amo il surrealismo e amo chi riesce a prendere la realtà e trasformarla in qualcosa di completamente personale. Non mi interessa la perfezione tecnica fine a sé stessa: mi interessa la capacità di costruire un mondo. Tra gli artisti contemporanei, invece, sento molto vicino Alec Monopoly. Ho avuto la fortuna di incontrarlo qui a New York e ricevere un suo lavoro autografato è stata un’emozione enorme. Tra gli italiani seguo con affetto Gioele Corradegno, conosciuto come Sex Dreams, perché abbiamo condiviso una parte del nostro percorso di crescita. Nel mondo della moda, invece, la figura che sento più vicina alla mia visione è Jerry Lorenzo di Fear of God: una persona che ha costruito un linguaggio forte mantenendo valori solidi e una grande coerenza.
Il tuo lavoro sembra nascere spesso da immagini molto immediate, quasi istintive. Come funziona davvero il tuo processo creativo? Parti più da un’emozione personale, da un’idea precisa oppure il significato emerge mentre lavori?
Non esiste quasi mai una pianificazione. Le idee arrivano quando vogliono loro. Molte persone pensano che la creatività sia qualcosa da inseguire, ma secondo me è il contrario: è la creatività che trova te. Posso avere un’intuizione mentre sono sul divano, per strada o durante un viaggio. Quando arriva, devo essere pronto a raccoglierla. A volte realizzo una collezione in quaranta minuti, altre volte un’idea resta lì per mesi prima di prendere forma. Anche il mio personaggio ricorrente, l’alieno, è nato così. Ho sempre avuto la sensazione di osservare il mondo da una prospettiva diversa. Non perché mi sentissi migliore degli altri, ma perché spesso le mie idee sembravano arrivare da un altro pianeta. A un certo punto quell’alieno è comparso nei miei lavori e non se n’è più andato. Con il tempo è diventato un simbolo. Mi permette di parlare a un pubblico vario, dai bambini agli adulti, e di raccontare un messaggio che per me è fondamentale: anche quando ti senti fuori posto, puoi trasformare quella diversità in una forza.
Cosa ti auguri per il prossimo futuro e quali traguardi speri di raggiungere a breve?
La prima cosa che desidero è tornare in Italia e godermi la mia famiglia. I miei genitori e le mie nonne sono una parte fondamentale della mia vita e sento il bisogno di dedicare loro del tempo. Poi ci sono i progetti creativi. Questa estate collaborerò con artisti in Belgio e Grecia. Vorrei riuscire a suonare a Ibiza, che per me rappresenta una sfida personale più che professionale. Non mi interessa il prestigio del palco: mi interessa portare la mia energia e le mie idee in un posto che amo. In autunno presenterò nuovi lavori legati alla moda e continuerò a sviluppare un progetto che unisce tre luoghi che oggi sento profondamente miei: Italia, New York e Seul. Dopo tre anni a New York, infatti, il prossimo passo sarà la Corea del Sud. Voglio costruire un dialogo creativo tra queste tre culture attraverso il mio brand. Il mio obiettivo non è correre dietro alle tendenze. Voglio costruire qualcosa che duri nel tempo. Oggi considero il mio brand, i miei quadri e i miei progetti come dei figli: non devono crescere in fretta, devono crescere bene. E la cosa che mi rende più curioso è proprio questa: vedere dove mi porterà il percorso che sto costruendo giorno dopo giorno.
L’articolo Not my Favorite Artist: «Mi sono sempre sentito di un altro pianeta» proviene da IlNewyorkese.





