The Blue Bridge raccontato in dieci ritratti

Nel cuore dell’East Village prende forma The Blue Bridge, la mostra con cui Francesca Magnani restituisce un frammento inatteso di New York. Più che una semplice sequenza di ritratti, il progetto si configura come un’indagine visiva nata dall’incontro e sviluppata attraverso uno sguardo che privilegia l’intuizione, il tempo e la relazione. Al centro, dieci immagini e una conversazione che illuminano il processo dell’artista, dove la fotografia diventa esperienza vissuta prima ancora che costruzione formale.

All’interno del Ninth Street Espresso, nell’East Village, dal 7 marzo al 10 aprile, Magnani ha presentato The Blue Bridge, una selezione di dieci ritratti realizzati nel Lower East Side. Le fotografie raffigurano le componenti del collettivo ImillaSkate sotto le arcate del Manhattan Bridge: giovani donne che praticano skateboard indossando la pollera, la tradizionale gonna a balze della cultura boliviana. Un capo a lungo associato a marginalità e discriminazione, oggi riappropriato come simbolo di identità e orgoglio.

Il progetto nasce, come spesso accade nel lavoro dell’artista, da una coincidenza. «Io fotografo durante la mia giornata», racconta, «non vado in cerca di una foto in modo programmato». Il suo metodo si fonda su una pratica quotidiana, priva di itinerari prestabiliti: «mi lascio guidare dalla luce del giorno, dal tempo e dalle situazioni».

In questa dimensione, il caso assume un ruolo centrale. «Per me il caso è fondamentale: ha quasi una dimensione sacra». Dopo anni di esperienza, spiega, le immagini emergono all’improvviso, come «apparizioni». È proprio così che è avvenuto l’incontro con le ImillaSkate, nello skate park sotto il ponte, un luogo che frequentava abitualmente.

Il rapporto con il Manhattan Bridge, tuttavia, precede questo episodio. Magnani racconta di aver iniziato ad attraversarlo con regolarità dopo essersi trasferita da Williamsburg, dove fotografava spesso l’altro grande ponte del quartiere. Solo in seguito ha riconosciuto una continuità tra le immagini raccolte, costruendo a posteriori una narrazione coerente.

All’interno di questo racconto, le ImillaSkate introducono un ulteriore livello simbolico. Il loro modo di stare insieme richiama, secondo l’artista, iconografie della tradizione classica: «mi ha colpito il loro modo di ridere e giocare», osserva, evocando una scena dell’Odissea, «un gruppo di giovani che scherzano e si lanciano una palla».

L’aspetto visivo delle fotografie non è frutto di costruzione artificiale. Le protagoniste scelgono autonomamente di indossare la pollera come affermazione identitaria. «Non ho dovuto costruire nulla», afferma, «sono loro stesse a indossare questi abiti con grande orgoglio». Il contrasto tra i tessuti vivaci e lo sfondo urbano, fatto di graffiti e strutture industriali, emerge così in modo spontaneo, diventando uno degli elementi distintivi della serie.

L’intervento dell’artista resta minimo: «Suggerivo al massimo piccoli elementi legati alla luce o alla posizione», mentre il resto si definisce nel momento dello scatto. Una pratica affinata negli anni, in cui la gestione della luce diventa intuitiva, fino a evocare la precisione del ritratto costruito pur restando radicata nella fotografia di strada.

Anche il contesto espositivo gioca un ruolo significativo. Il Ninth Street Espresso non è una galleria tradizionale, ma uno spazio attraversato dalla vita quotidiana. «Mi interessa molto questa dimensione», sottolinea Magnani, «dove l’arte si inserisce nella vita di tutti i giorni». I visitatori entrano per un caffè e si trovano immersi nelle immagini, senza una separazione netta tra esperienza artistica e routine.

La prossimità a uno skate park rafforza ulteriormente questa relazione, creando una sovrapposizione tra pubblico e soggetti: chi pratica skateboard può riconoscere le protagoniste non solo visivamente, ma anche attraverso un’esperienza condivisa.

Il lavoro di Magnani continua a svilupparsi lungo questa linea, fondata sul camminare e sull’osservazione. «È una pratica continua», dice, «una forma di indagine». Tra i progetti più recenti figura una serie dedicata a figure immerse nell’architettura urbana, intitolata con un verso di Dante Alighieri, Io ero tra color che sono sospesi, già selezionata per un festival a Kyoto a partire dal 18 aprile. Nata a Padova e residente a New York dal 1997, Francesca Magnani porta avanti da oltre vent’anni una ricerca che intreccia dimensione autobiografica e racconto urbano. Il suo lavoro, esposto in Europa e Nord America, è stato pubblicato in volumi come Here is New York, Trespass: A History of Uncommissioned Urban Art e All the Time in the World di E. L. Doctorow, ed è oggi conservato in collezioni come il Museum of the City of New York e l’International Center of Photography.

L’articolo <i>The Blue Bridge</i> raccontato in dieci ritratti proviene da IlNewyorkese.

Torna in alto