Vittima dopo vittima

Una brutta storia italiana. Un bambino di 10 anni rimasto praticamente solo, con la madre uccisa con 23 coltellate dal padre e con i nonni paterni che si sono impiccati per l’abisso reputazionale, si dice così, in cui erano finiti.

Un femminicidio, quello di Anguillara, dove le tragedie si incastrano in sequenza e dove dobbiamo riflettere non solo sulla vittima, Federica, ammazzata e occultata, e il carnefice, il marito, che ora in carcere è guardato a vista perché si teme anche un suo gesto estremo.

Come c’è la sofferenza di chi è legato alla vittima, c’è anche quella di chi è legato all’omicida. Un padre e una madre, un piccolo imprenditore e un’ex poliziotta, assessora subito dimissionaria dopo il fatto, che decidono di farla finita.

Vittimizzazione secondaria, questo il termine tecnico usato dai legali. Nessuna pietas sui social e nelle ricostruzioni troppo accurate, diciamo così genericamente, dei media. La paura di uscire di casa per non essere bersaglio degli insulti.

Il nostro ormai è un villaggio globale dove tutti sanno tutto e dove tutti giudicano senza limiti, appunto. Senza pensare a chi rimane. A chi deve scontare la propria colpa, a chi soffre per quella colpa per aver perso una persona cara, a chi soffre perché non accetta di aver messo al mondo ed educato quello che poi si è rivelato un “mostro”. Non si pensa poi ai più fragili, ai bambini, a chi non ha più niente e non ha neanche le strutture mentali per capire.

Per fortuna ci sono tante associazioni in Italia preparate, con persone qualificate per assistere i minori nel presente e nella costruzione di un futuro. La società deve rispondere con responsabilità a queste situazioni: intendiamo lo Stato, le istituzioni, quella che noi chiamiamo una democrazia matura.

E siccome pare che il padre di Claudio Carlomagno non sia coinvolto in alcun modo nella vicenda, insomma l’ipotesi di aver aiutato il figlio a nascondere il cadavere della nuora, allora siamo tutti noi, persone che compongono la società di cui sopra, che dobbiamo fare attenzione.

Non nascondiamoci sempre dietro a Internet o a qualche cronista troppo asettico. È la comunità che deve recuperare quella sensibilità antica, quel valore tramandato, che fa delle relazioni una ragnatela di sopravvivenza e di rispetto.

Lo so, sono intenti generici ma forse leggendo queste righe qualcuno si chiederà se poteva aver fatto qualcosa per rompere tutto quel dolore, quella rabbia, quella solitudine. I femminicidi non devono essere sempre delitti annunciati e sempre compiuti, e gli altri che stanno intorno non sono solo testimoni, nel senso stretto e nel senso largo del termine.

Riscattiamoci allora con quel bambino, che ha bisogno di tutto ma anche di tutti. Di tutti noi.

L’articolo Vittima dopo vittima proviene da IlNewyorkese.

Torna in alto